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	<title>Fiori Nel Deserto &#187; Lutto</title>
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	<description>Modi e riflessioni per una buona elaborazione del lutto</description>
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		<title>Il dolore</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Sep 2010 15:47:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lutto]]></category>

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		<description><![CDATA[Il dolore è lo spezzarsi del guscio che racchiude la vostra conoscenza. Come il nocciolo del frutto deve spezzarsi affinché il suo cuore possa esporsi al sole, così voi dovete conoscere il dolore. E se riusciste a custodire in cuore la meraviglia per i prodigi quotidiani della vita, il dolore non vi meraviglierebbe meno della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il dolore è lo spezzarsi del guscio che racchiude la vostra conoscenza.<br />
   Come il nocciolo del frutto deve spezzarsi affinché il suo cuore possa esporsi al sole, così voi dovete conoscere il dolore.<br />
   E se riusciste a custodire in cuore la meraviglia per i prodigi quotidiani della vita, il dolore non vi meraviglierebbe meno della gioia;<br />
   Accogliereste le stagioni del vostro cuore come avreste sempre accolto le stagioni che passano sui campi.<br />
   E veglieresti sereni durante gli inverni del vostro dolore.<br />
   Gran parte del vostro dolore è scelto da voi stessi.<br />
   E&#8217; la pozione amara con la quale il medico che è in voi guarisce il vostro male.<br />
   Quindi confidate in lui e bevete il suo rimedio in serenità e in silenzio.<br />
   Poiché la sua mano, benché pesante e rude, è retta dalla tenera mano dell&#8217;Invisibile,<br />
   E la coppa che vi porge, nonostante bruci le vostre labbra, è stata fatta con la creta che il Vasaio ha bagnato di lacrime sacre.<br />
G. K. Gibran</p>
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		<title>BabyLoss Awareness Month</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Sep 2010 09:35:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Lutto]]></category>

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		<description><![CDATA[Io pronuncio il tuo nome Io pronuncio il tuo nome nelle notti oscure, quando giungono gli astri a bere nella luna, e dormono i rami delle fronde occulte. Ed io mi sento vuoto di passione e di musica. Folle orologio che canta antiche ore defunte. Io pronuncio il tuo nome in questa notte oscura, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Io pronuncio il tuo nome</em></strong><br />
Io pronuncio il tuo nome<br />
nelle notti oscure,<br />
quando giungono gli astri<br />
a bere nella luna,<br />
e dormono i rami<br />
delle fronde occulte.<br />
Ed io mi sento vuoto<br />
di passione e di musica.<br />
Folle orologio che canta<br />
antiche ore defunte.</p>
<p>Io pronuncio il tuo nome<br />
in questa notte oscura,<br />
e il tuo nome mi suona<br />
più lontano che mai.<br />
Più lontano di tutte le stelle<br />
e più dolente della mite pioggia.</p>
<p>Ti amerò come allora<br />
qualche volta? Che colpa<br />
ha commesso il mio cuore?<br />
Se la nebbia si scioglie<br />
quale nuova passione mi aspetta?<br />
Sarà tranquilla e pura?<br />
Se potessi sfogliare<br />
con le dita la luna!<br />
(F. Garcia Lorca)</p>
<h3>Ottobre, mese della consapevolezza sulla perdita in gravidanza e dopo il parto</h3>
<p><img class="alignright" style="margin: 5px 10px;" title="babyloss" src="http://profile.ak.fbcdn.net/profile-ak-snc4/object3/452/117/n146644954389_9244.jpg" alt="babyloss" hspace="10" vspace="5" width="110" height="135" />Un mese, 31 giorni, tutti dedicati alla memoria dei bambini che non ci sono più, ma che tanto hanno cambiato le vite dei loro genitori. Un mese, 31 giorni, per rimettere nel cuore i giusti ricordi, per guardare il cammino fatto, per vivere la nostalgia che è possibile sentire solo quando il cuore è stato innamorato di chi non è più con noi.<br />
31 giorni di riflessione e di &#8220;pacificazione&#8221; delle nostre anime sbatacchiate dalla violenza del lutto, ma non per questo ingrigite, chiuse, perse.<br />
31 giorni di lavoro, con gli altri, per diffondere la cultura del lutto perinatale, diffondere le informazioni mediche e scientifiche sull&#8217;argomento, per migliorare la comunicazione con e tra i genitori.<br />
31 giorni, ogni anno, per rendere presenti nelle nostre vite, e fonte di espressione e di crescita, i nostri piccoli-per sempre, e per sempre-amati bambini.</p>
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		<title>I gruppi di automutuoaiuto nel lutto</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jun 2010 01:01:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Automutuoaiuto]]></category>
		<category><![CDATA[Lutto]]></category>
		<category><![CDATA[autoaiuto]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>

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		<description><![CDATA[I gruppi di automutuoaiuto nel lutto sono realtà di supporto sia on line che de visu oggi presenti in molte città italiane, e già migliaia di persone hanno trovato nel gruppo uno spazio protetto e fertile per l&#8217;elaborazione del loro dolore. L&#8217;associazione CiaoLapo Onlus e la neonata associazione matermundi collaborano con realtà ampiamente strutturate presenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fiorineldeserto.it/wp-content/uploads/2010/06/CSC_05092.jpg"><img src="http://www.fiorineldeserto.it/wp-content/uploads/2010/06/CSC_05092-300x199.jpg" alt="" title="Uno sguardo attraverso l&#039;infinito" width="300" height="199" class="alignnone size-medium wp-image-113" /></a></p>
<p>I gruppi di automutuoaiuto nel lutto sono realtà di supporto sia <em>on line</em> che <em>de visu</em> oggi presenti in molte città italiane, e già migliaia di persone hanno trovato nel gruppo uno spazio protetto e fertile per l&#8217;elaborazione del loro dolore.<br />
L&#8217;associazione CiaoLapo Onlus e la neonata associazione <em>matermundi</em> collaborano con realtà ampiamente strutturate presenti nel contesto italiano, che da anni si adoperano per diffondere la cultura del <strong>gruppo di autoaiuto</strong> come opzione terapeutica di primo livello.<br />
Giacchè il lutto non è di per sè una malattia, perchè fisiologicamente parte della vita, ma può diventarlo, grazie alla progressiva analfabetizzazione emotiva e culturale che ci vede tutti coinvolti, <strong>la persona in lutto necessita di supporto e sostegno a più livelli</strong>.<br />
Tra i basilari troviamo il sostegno sociale familiare, la possibilità di usufruire di materiale cartaceo/informativo specifico, la presenza nella rete sociale di <strong>gruppi di supporto</strong>.<br />
Solo in un secondo momento, fatto salvo rare eccezioni, è consigliabile fare riferimento ad un terapeuta per iniziare un percorso di supporto psicologico o una vera e propria psicoterapia.</p>
<p>Il percorso del lutto è un percorso accidentato, non esente da profonde cadute, ed effimeri momenti di apparente benessere, nei quali molto spesso la persona sofferente si trova tra due fuochi (interni ed esterni): da un lato il bisogno percepito di cercare / chiedere aiuto, dall&#8217;altro il bisogno razionale di interrompere la sofferenza, stare bene, e allontanarsi dal bagaglio luttuoso il più velocemente possibile.<br />
E&#8217; in questa situazione ambivalente che molte persone si avvicinano al gruppo con l&#8217;intento (spesso maldestramente suggerito da operatori o amici) di &#8220;elaborare&#8221; in fretta e &#8220;stare meglio&#8221; subito.<br />
Sfortunatamente, la realtà delle cose non prevede miracolistici miglioramenti in tempi rapidi, perchè il lutto è un processo e come tale ha un inizio, uno svolgimento e una sua conclusione. Accedere ad un gruppo AMA richiede pertanto alcune nozioni base sul lutto, e richiede anche un certo impegno a riconoscersi protagonisti (e non solo &#8220;oggetti di cura&#8221;) del proprio percorso di elaborazione.<br />
Il gruppo può facilitare lo sblocco di risorse personali e di grande crescita interiore, al prezzo di condividerne i valori base e di mettersi in gioco.<br />
Di seguito, la presentazione dei valori dell&#8217;automutuoaiuto proposta dall&#8217;associazione Ama Monza-Brianza</p>
<p><strong>I valori dell&#8217;Auto-Mutuo-Aiuto sono</strong>:</p>
<p>- il legame: nel Gruppo si è coinvolti in prima persona con la propria esperienza e ci si ascolta attivamente.<br />
- la fiducia: ognuno può esprimere liberamente sentimenti ed emozioni in un clima di ascolto e di solidarietà, senza essere giudicati. Ogni partecipante deve avere e dare certezza che ciò che è detto nel Gruppo non sarà divulgato;<br />
- il rispetto: nel Gruppo si manifestano pluralità di vissuti e di vedute, tutte egualmente legittime e da rispettare.</p>
<p><strong>Obiettivi dei Gruppi</strong>:</p>
<p>- offrire ai partecipanti occasioni per condividere il dolore, sentimenti e difficoltà dopo la perdita;<br />
- favorire l&#8217;ascolto di altre persone in lutto, perché nasca solidarietà, sostegno reciproco e speranza;<br />
- imparare ad &#8220;addomesticare&#8221; il dolore, individuando modalità per gestire sofferenza e solitudine;<br />
- integrare nel presente la ferita del passato, per affrontare il futuro mettendo a disposizione di altri la propria sensibilità ed esperienza.</p>
<p><strong>Quali possibili benefici?</strong></p>
<p>- non essere soli: altri hanno difficoltà simili;<br />
- parità: tutti sono sullo stesso piano rispetto alla perdita; ognuno porta il proprio e specifico dolore;<br />
- sviluppo di relazioni significative;<br />
- scambio di informazioni: sui modi di affrontare la sofferenza e ciò che segue la perdita di una persona cara;<br />
- confronto: raccontarsi e, soprattutto, ascoltare gli altri arricchisce ed educa alla diversità.<br />
(da: http://www.automutuoaiuto.com/lutto/valori.html)</p>
<p>Il gruppo di autoaiuto, se ben progettato e adeguatamente facilitato, è un fertile <strong>crocevia di stimoli</strong>, <strong>accoglienza e crescita</strong>.<br />
Nel gruppo si assiste ad un progressivo <em>empowerment </em>del singolo e del gruppo stesso, e ognuno cresce e diventa più competente per sè e per gli altri.<br />
L&#8217;esperienza stessa di gruppo favorisce l&#8217;acquisizione di competenze sanificanti, a patto che il gruppo condivida gli obiettivi di percorso ed i mezzi.<br />
E&#8217; indispensabile che il gruppo non assuma la funzione di &#8220;<em>sfogatoio</em>&#8221; fine a se stesso, ma che ogni individuo, coi suoi tempi e i suoi mezzi, si renda disponibile alla discussione e alla messa in gioco. Il che implica anche <strong>stare nel proprio dolore</strong>, senza per forza doverlo &#8220;risolvere&#8221; in tempo reale, e anzi, lasciare che il gruppo faccia da detonatore per quelle emozioni e quei pensieri altrimenti difficili da contenere e elaborare.<br />
&#8220;Fare Auto aiuto&#8221; comporta anche un nostro mutamento di mentalità , con un passaggio culturale da fruitori di prestazioni a promotori di attivazione delle risorse individuali di altre persone. Questo passaggio non è indolore, come insegna l&#8217;esperienza stessa del Gruppo di Auto Aiuto, perchè implica un rimettersi in discussione, un rivedere la scala dei nostri valori, un uscire da una routine personale e culturale collaudata.<br />
In ogni cambiamento è insita una sofferenza e una difficoltà , ed è nella sofferenza e nelle difficoltà  che si impara a crescere.</p>
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		<title>Sulla morte, sull&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jun 2010 00:18:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lutto]]></category>
		<category><![CDATA[autoaiuto]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>
		<category><![CDATA[morte endouterina]]></category>
		<category><![CDATA[perinatale]]></category>

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		<description><![CDATA[Se vogliamo essere in contatto dobbiamo uscire dal nostro guscio e guardare con chiarezza e in profondità alle meraviglie della vita &#8211; i fiocchi di neve, la luce della luna, il canto degli uccelli, i bei fiori &#8211; e anche alla sofferenza &#8211; la fame, la malattia, la tortura e l&#8217;oppressione. Traboccanti di comprensione e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fiorineldeserto.it/wp-content/uploads/2010/06/lotus-flower.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-105" title="lotus flower" src="http://www.fiorineldeserto.it/wp-content/uploads/2010/06/lotus-flower-300x225.jpg" alt="" width="272" height="204" /></a><em>Se vogliamo essere in contatto dobbiamo uscire dal nostro guscio e guardare con chiarezza e in profondità alle meraviglie della vita &#8211; i fiocchi di neve, la luce della luna, il canto degli uccelli, i bei fiori &#8211; e anche alla sofferenza &#8211; la fame, la malattia, la tortura e l&#8217;oppressione. Traboccanti di comprensione e compassione, siamo in grado di apprezzare le meraviglie della vita e, allo stesso tempo, agire con la ferma determinazione di alleviare le sofferenza. Thich Naht Hanh<br />
</em></p>
<h3>Sulla morte, sull&#8217;amore</h3>
<p>di Claudia Ravaldi<br />
Psichiatra psicoterapeuta<br />
Fondatrice e Presidente della Associazione CiaoLapo Onlus+</p>
<p>Quando ero piccola mia madre un paio di volte all&#8217;anno mi portava al cimitero in visita alla sua nonna (morta per altro dopo un ictus fulminante che la colpì davanti ai miei occhi in un giorno di Giugno, quando io avevo circa 10 anni, nel giorno in cui si celebrava il funerale della sua terza figlia, morta per complicanze di un cancro).</p>
<p>A me il cimitero faceva paura.<br />
Avevo paura delle foto sulle tombe, delle frasi di commiato, avevo paura del busto di un ragazzo ventenne, tutto in bronzo, che sorrideva da un loculo.</p>
<p>Avevo, soprattutto, paura del dolore, che percepivo nitido, e che mi lasciava impotente.</p>
<p>Quando a 12 anni, la mamma della mia compagna di banco, nonchè migliore amica (ed oggi collega) è morta per complicanze di cancro al seno, la paura si è amplificata, diventando quasi ossessione. Il timore che potesse accadere a me, il timore che la mia amica morisse per il dolore, l&#8217;incapacità di prefigurarmi una vita senza una mamma, mi fecero passare un&#8217;estate di fioretti e rinunce, con lo scopo di &#8220;barattare&#8221; la vita dei miei cari, con tutte le cose più attraenti per una 13enne degli anni 80 (tra le altre, vestiti, dischi e cinema, cose che rifiutai anche per il mio compleanno, convinta che questo sacrificio non sarebbe stato vano).</p>
<p>Il mio horror mortis è stato poi accuratamente chiuso in un cassetto per qualche tempo: evitando accuratamente di cacciarmi nei pericoli, ho passato gli anni del liceo convinta che se fossi stata fortunata e BRAVA in tutto, lo strazio mi sarebbe stato risparmiato.</p>
<p>Non è stato così per un ragazzo della scuola, portato via da un incidente in moto, il cui funerale in una chiesa di campagna non mi scorderò mai. E di cui non scorderò la fidanzata, travolta dal dolore, con gli occhi più vuoti che io avessi mai visto (fino a che non ho visto i miei, il 14 marzo del 2006).</p>
<p>Diplomata a buoni voti, pescando nel mazzo delle lauree papabili, finisco per lo scegliere medicina, solleticata dall&#8217;idea che &#8220;prevenire è meglio che curare&#8221; (e con la quasi certezza che conoscere tutte le malattie ti permette di intervenire prima, e quindi di prendere a calci in culo la morte).</p>
<p>6 anni di studi, a contatto con malati gravi, gravissimi, malati terminali, e con cadaveri.</p>
<p>6 anni a contatto quotidiano col dolore, con le lacrime dei parenti, con l&#8217;arroganza di alcuni medici e il gran cuore di altri colleghi.</p>
<p>6 anni di giochi di potere tra crescere, e dunque comprendere che la morte fa parte della vita di tutti, o restare fanciullescamente aggrappata all&#8217;idea che la morte non c&#8217;è, e soprattutto si può ritardare all&#8217;infinito (una specie di mito di achille e la tartaruga applicato a l&#8217;uomo e la morte).</p>
<p>in questi sei anni, mio nonno (il Nonno, quello che ha fatto da padre, ha insegnato le cose della saggezza popolare, ha tramandato le tradizioni) per un errore medico non riceve in tempo la diagnosi di carcinoma all&#8217;intestino, e viene operato con grave ritardo, per poi morire per metastasi. E&#8217; morto senza saperlo perchè i suoi parenti più vicini hanno preferito non dirglielo, per paura che lui si abbattesse.</p>
<p>Di lui ho numerosi ricordi, tra cui uno degli ultimi (novembre 1997) di lui che mi guarda sul divano (ormai non riusciva neanche a stare in piedi) e mi dice &#8220;tu che sei medico quasi, dimmi la verità&#8221;. Ed io che rispondo, codarda bambina,  &#8220;sai bene che ti direi tutto, ma non c&#8217;è nulla da dire&#8221;.</p>
<p>Fuga fuga fuga.</p>
<p>E&#8217; morto la notte tra il 6 e il 7 dicembre, con me, mia madre e mia nonna.</p>
<p>E&#8217; morto nonostante la bugia.</p>
<p>E&#8217; morto, lasciando tutti in una palude di lutto.</p>
<p>Un lutto anticipatorio non vissuto (come si poteva, se dovevamo nasconderci/gli cosa stava accadendo?).</p>
<p>Un lutto successivamente lungo e difficile, per tutte (moglie, figlie, nipoti).</p>
<p>Un lutto che mi sono levata di dosso in molti anni.</p>
<p>Anni nei quali l&#8217;idea di avere a che fare con la morte mi mandava in bestia.</p>
<p>La morte mi irritava, la precepivo come irriverente, sconcia nel suo implacabile esserci, credevo di potermela levare di dosso, tenendola a bada, semplicemente scegliendo di starne alla larga.</p>
<p>E&#8217; stato così per altri 9 anni, di grande lavoro sulla psiche mia ed altrui (lavoro meraviglioso ed abbastanza sicuro dal punto di vista della morte), di grande evitamento rispetto a morte e company (ricorderò bene come ho evitato tra fiumi di lacrime di andare nel reparto di oncoematologia pediatrica a fare tirocinio, e come ho evitato la parte di psicooncologia nella formazione di psichiatria, preferendo invece una full immersion nei disturbi psicotici &#8220;meglio matti ma vivi, era il mio mantra dell&#8217;epoca&#8221;).</p>
<p>Pensavo che bastasse ammettere a se stessi di &#8220;non farcela&#8221; ad affrontare morte e affini, per essere al sicuro.</p>
<p>Lo pensavo anche nel 2003, in attesa del mio primo figlio, prima dell&#8217;ecografia morfologica, quando ricevetti la telefonata di un amico. Lui raccontava a mio marito di suo nipote, 20 settimane di vita intrauterina, affetto da trisomia 13 e poi abortito.</p>
<p>Io in tutta risposta ho avuto una crisi di nervi, ho urlato &#8220;queste cose non voglio saperle&#8221; &#8220;a me non interessa&#8221;  &#8220;devo pensare a me e a mio figlio, non ai figli degli altri!&#8221; e altre carinerie del genere.</p>
<p>Illusa, pensavo che la morte si potesse &#8220;esorcizzare&#8221;.</p>
<p>Incinta, stavo sperimentando il più antico dilemma intrinseco in ogni maternità, l&#8217;ancestrale fusione tra morte e vita, e non ero disposta a prendere in considerazione niente che non fosse la vita.</p>
<p>Al punto che, in sordina, ho compilato il diario della gravidanza tre giorni prima del parto, con l&#8217;idea scaramantica che a quel punto nulla potesse andare storto.</p>
<p>Altri giorni, altre gioie ma anche altri dolori.</p>
<p>E, naturali come il cambio di stagione e il Natale, altri lutti intorno a me.</p>
<p>Fino a qui, nessuna morte in utero, nessun lutto perinatale.</p>
<p>Fino al febbraio 2006, quando mi arrivano in ambulatorio due pazienti diverse, molto malate, e molto reticenti sulle loro storie personali. Reticenti di fronte alla mia pancia di 7 mesi abbondanti, pudiche rispetto alle loro morti in utero, vecchie di trent&#8217;anni, mai completamente superate.</p>
<p>&#8220;Ecco, se succedesse a me, mi butterei dalla finestra&#8221; pensavo dentro di me, mentre fuori rispondevo &#8220;ha fatto bene a dirmelo, no non si preoccupi, io non mi spavento mica&#8230;&#8221;</p>
<p>Bugiarda.</p>
<p>E poi, il 12 Marzo 2006, senza ancora sapere come e perchè, entro nel tunnel.</p>
<p>Dopo quasi 20 anni trascorsi a scappare dal lutto, dal dolore, a prevenire la morte, implacabile la morte entra nella mia pancia.</p>
<p>La morte si prende mio figlio, ancora in utero.</p>
<p>La morte vince.</p>
<p>&#8220;La morte in utero colpisce 3 gravidanze su 1000&#8243;, leggo incredula su internet.</p>
<p>&#8220;La morte intrauterina avviene perlopiù a fine gravidanza in bambini sani&#8221;</p>
<p>&#8220;Le cause della morte intrauterina sono al 50% diagnosticabili&#8221;.</p>
<p>Morte, morte, morte, morte.</p>
<p>Anche sul certificato di nascita-morte, ecco la parola morte. Accanto al nome di mio figlio, questa bestemmia semantica.</p>
<p>Anche sulla lettera di dimissioni, una sigla MEF (morte endouterina fetale), e un indice di apgar 0-0.</p>
<p>MORTO MORTO (c&#8217;era bisogno di scriverlo? mi chiedo ancora oggi, guardando quei due 0 blasfemi accanto a quello che dovrebbe essere l&#8217;indice di vitalità del neonato).</p>
<p>Lapo è morto.</p>
<p>Si squarcia, con fatica, un velo, che mi aveva imbavagliato gli occhi e la mente per vent&#8217;anni.</p>
<p>Ho giocato a fare finta che la morte non toccasse a me.</p>
<p>Incoraggiata dalla non-cultura vigente, che vuole i vecchi morire in ospizio e i bambini o gli adulti malati abbandonati al loro destino da una società fobica e crudele, ho creduto di poter invecchiare serenamente e morire circondata da figli e nipoti, immune da questo dolore (un po&#8217; come nella scena di &#8220;Cent&#8217;anni di Solitudine&#8221;).</p>
<p>E invece no.</p>
<p>A ricordarmelo, pervasa dalla tracotanza di chi aspettava il suo momento per prendersi una rivincita sulla mia sciocca follia, è arrivata Lei.</p>
<p>E si è presa mio figlio.</p>
<p>La morte prenatale (ah, perchè, i bambini muoiono nelle pance delle mamme sane?) mi ha trapassato.</p>
<p>Meglio, direi mi ha sconquassato, rimpicciolito, denigrato.</p>
<p>20 anni di evitamento e di esorcismi, rivendicati da una nascita morte.</p>
<p>Avrei potuto anche perseverare, nel mio evitamento, riprendermi dal primo dolore, fare finta che, come tutti dicono &#8220;sono cose che capitano e bisogna rassegnarsi&#8221;, metterci una pietra sopra, e andare avanti, fingendo di essere più forte.</p>
<p>Ho deciso, dopo avere meditato a lungo, pianto a lungo e urlato a lungo, di piegarmi all&#8217;evidenza delle cose.</p>
<p>Ho deciso che Don Chisciotte al massimo combatteva contro i mulini a vento, ed io non potevo emularlo combattendo contro la morte.</p>
<p>Ho deciso che avrei anche potuto imparare qualcosa da questa tragica lezione.</p>
<p>E che, forse, iniziare a chiamare le cose con il loro nome, per quanto doloroso e straziante, poteva essere un inizio, per riappropriarmi della realtà. E in conseguenza, della mia vita vera.</p>
<p>Soprattutto, ho deciso che conveniva provare a fare il possibile per non passare ai miei figli questa fobia della morte, che non mi ha risparmiato il dolore,e che anzi, forse, l&#8217;ha amplificato notevolmente.</p>
<p>Ci ho messo vent&#8217;anni a scappare, e un paio ad arrendermi all&#8217;evidenza.</p>
<p>E a frequentare non solo i cimiteri, ma anche le persone in lutto, gli operatori che si occupano di lutto, i familliari delle persone morte.</p>
<p>Ho deciso di onorare Leonard Clark, che nella sua poesia &#8220;Stillborn&#8221; conclude dicendo &#8220;La morte e la vita sono il medesimo mistero&#8221;, e di riprendere quel filo ancestrale che lega ogni donna in gravidanza alla vita, ma anche alla morte e al Tutto che queste due parti contiene.</p>
<p>Non ho smesso di avere a cuore la vita dei miei cari, e non ho smesso di soffrire quando una persona soffre per il lutto.</p>
<p>Ho smesso di riibellarmi, di trovare ingiusta la morte, indegna della vita.</p>
<p>Soprattutto, ho guardato oltre il mare di disperazione che credevo riguardasse il futuro di tutti quelli colpiti da lutto, fino alla fine dei loro giorni, e ci ho visto dentro infinite possibilità.</p>
<p>Alcune le ho sperimentate, e con sorpresa e sollievo, ho visto che funzionano.</p>
<p>Sbattere la faccia sulla morte, non annienta il nostro passato, e non compromette irreversibilmente il nostro futuro. Semplicemente stravolge il presente, e ci richiede grande sforzo ed attenzione per tornare a vivere.</p>
<p>Ci chiede il conto di anni spesi nell&#8217;inconsapevolezza, e nella non cultura.</p>
<p>Ci chiede umiltà, ma anche tenacia, di cercarci un aiuto valido e di sapere chiedere aiuto.</p>
<p>Ci chiede, anche, di iniziare a chiamare le cose col loro nome. Una per una.</p>
<p>La morte in utero non è una bestemmia, è un evento possibile.</p>
<p>La morte arriva dove è stata la vita, altrimenti non ci sarebbe spazio per lei.</p>
<p>E la vita, può essere intensa e meravigliosa anche se minimale.</p>
<p>Soprattutto, scappare non serve.</p>
<p>Achille e la tartaruga, è un bluff della fisica.</p>
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		<title>Up, la Disney e l&#8217;elaborazione del lutto</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 22:25:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Lutto]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>

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		<description><![CDATA[Diverse persone ci hanno segnalato il film UP della Disney, in particolare perché ad un certo punto si capisce che i due protagonisti hanno perso un bambino nella unica gravidanza che hanno potuto intraprendere. Il film, pur essendo un film di animazione per bambini è ammantato per gran parte di un&#8217;aura di malinconia, che ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="caption" src="http://www.ciaolapo.it/images/stories/up-disney.jpg" border="0" alt="UP. Disney - Pixar" title="UP. Disney - Pixar" hspace="5" vspace="5" width="180" align="left" />Diverse persone ci hanno segnalato il film UP della Disney, in particolare perché ad un certo punto si capisce che<strong> i due protagonisti hanno perso un bambino nella unica gravidanza che hanno potuto intraprendere</strong>. Il film, pur essendo un film di animazione per bambini è ammantato per gran parte di un&#8217;aura di malinconia, che ha colpito diversi dei nostri utenti.<br /> Secondo noi <strong>UP è un film bellissimo</strong> e non pensiamo neanche che sia un film triste, certo, ci sono dei momenti molto commoventi, fino alle lacrime, però il messaggio è molto confortante. In pratica il film è infatti una<strong> allegoria della elaborazione del lutto</strong> ed è veramente sorprendente che la Pixar abbia voluto affrontare questo tema (anche se non senza polemiche) in un film per bambini.<br /> Riportiamo qui un nostro commento al film, letto nella chiave della elaborazione del lutto; per fare questo però <strong>è necessario rivelare molti dettagli della trama</strong>, quindi se non l&#8217;avete visto e non volete rovinarvi la sorpresa, rimandate la lettura di questo post. </p>
<p><span id="more-99"></span><br />
<hr id="system-readmore" />Carl ci viene presentato dall&#8217;inizio del film come prima un bambino e poi un <strong>giovane con aspirazioni avventurose</strong>, ma un po&#8217; impacciato e insicuro. Trova la sua controparte in Ellie, che condivide il suo spirito di avventura, ma è molto più estroversa e attiva. Insieme organizzano tutta la loro vita orientati verso l&#8217;obiettivo, il sogno (o il miraggio) di poter un giorno <strong>raggiungere le cascate Paradiso in Sudamerica</strong> e magari vivere là.<br />Le alterne vicende della vita (tra le quali sono comprese la <strong>morte prenatale</strong> del loro unico figlio e la successiva <strong>sterilità</strong>) rimandano più volte la realizzazione di questo sogno, verso il quale sembrano tendere gli sforzi quotidiani, il lavoro e ogni momento trascorso. La coppia, almeno dal punto di vista di Carl, si autoalimenta per questo obiettivo ambizioso fino alla fine: fino al momento in cui, proprio quando Carl aveva finalmente comprato due biglietti aerei (classe economica) per il Venzuela, <strong>Ellie muore</strong>.
<p><img src="http://www.ciaolapo.it/images/stories/up2.jpg" border="0" alt="UP Disney" title="UP Disney" hspace="5" vspace="5" align="left" /><strong>Da allora Carl cambia</strong>, il dolore lo trasforma: perde lo spirito di avventura, vive nel ricordo materiale della moglie conservando immutati letto, poltrone, tazze e tutti gli altri oggetti della vita quotidiana, come quando lei era in vita. Dialoga ancora con lei come se ci fosse. Il resto non ha più importanza, i sogni divengono fonte di dolore profondo (come i due biglietti aerei inutilizzati, poggiati sulla mensola per sempre…)<br />Chiuso nel ricordo, sospeso nel tempo tra il prima e l’oggi, <strong>Carl perde il contatto con la realtà</strong>, ignora che il mondo in cui vive è cambiato e se intorno alla sua casa di campagna hanno costruito un quartiere residenziale urbano, a lui non interessa; non gli importa che i costruttori gli rendano la vita impossibile, l&#8217;unica cosa che vuole è essere lasciato in pace nella casa sua e di Ellie, come se il tempo non fosse passato e le cose non fossero cambiate.<br />Si lega talmente a questa ruotine da arrivare a picchiare un operaio o a respingere come un burbero vecchietto le attenzioni del piccolo Russel, un <strong>giovane esploratore bramoso di avventure</strong> (come lui era un tempo) che chiedeva solo di poterlo aiutare. Messo alle strette dall&#8217;impresa costruttrice, fugge in Sudamerica con tutta la sua casa grazie a migliaia di palloncini (e al GPS di Russel), con il solo scopo di <strong>portare la casa di Ellie esattamente nel punto dove lei l&#8217;aveva immaginata</strong> e, presumibilmente, morire lì.</p>
<p><img src="http://www.ciaolapo.it/images/stories/up3.jpg" border="0" alt="UP Disney" hspace="5" vspace="5" align="right" />L’obiettivo di Carl è <strong>portare a compimento il sogno di Ellie</strong>, realizzarlo ad ogni costo, rendere felice Ellie, come se Ellie fosse lì, con il suo album dei ricordi, a sancire che nulla è cambiato. Carl soffre, come ogni persona in lutto, e, come spesso drammaticamente accade, decide di <strong>continuare a vivere <u>per</u> Ellie</strong>, e non attraverso il suo ricordo. Nel frattempo, il dolore ha nascosto (non eliminato, ma abilmente mascherato) le vecchie risorse vitali di Carl, la gioia, l’amore per le piccole cose, la semplicità: Carl adesso, col viso scuro e lo sguardo corrucciato, mantiene le distanze da tutto ciò che non sia il passato, mantenuto in vita dalla sua dolorosa ostinazione. Soltanto il piccolo e perseverante Russel, con la sua storia di bambino cui manca l’affetto dei genitori, sembra scalfire un po’ la sua corazza.<br />Dopo una serie di avventurose vicende, a un certo punto <strong>Carl si trova ad un bivio</strong>: abbandonare Russel ed il misterioso volatile (madre di famiglia) di nome Kevin che a loro si è aggregato, oppure abbandonare prima i ricordi materiali di Ellie e poi la casa stessa, per salvare i suoi compagni?</p>
<p>Come gli ricorda Russel &#8220;un esploratore è amico di ogni cosa, che sia una pianta, un pesce o una medusa&#8221;, e Carl capisce che anche Ellie l’esploratrice avrebbe voluto che salvasse Kevin e i suoi piccoli, non che si rinchiudesse in una casa piena di oggetti materiali in attesa della morte. Carl fa quindi questa scelta, ed <strong>è in quel momento che elabora il lutto</strong>. Lascia tutto ciò che ha, tutto ciò che lo lega ancora materialmente a Ellie, abbandona l&#8217;arredamento e abbandona la casa, spiegando a Russel, che se ne stupisce, che in fondo &#8220;è solo una casa&#8221;.<br /><strong>E’ nel superare l’attaccamento rigido alle cose materiali che Carl onora veramente lo spirito di Ellie</strong>, dando un senso alla vera avventura della loro vita, quella che Ellie, ad insaputa di Carl, aveva riportato fedelmente nel suo libro di foto ricordo: aver vissuto tanti anni felici insieme nella apparente banalità del loro amore quotidiano è stata (prima per Ellie, ed ora anche per Carl) la loro vera avventura e per ricordare questo non c’è bisogno di alcuna foto, casa o poltrona.</p>
<p><img src="http://www.ciaolapo.it/images/stories/up4.jpg" border="0" hspace="5" vspace="5" align="left" />E’ una consapevolezza che Carl ora porterà con se fino alla morte e quando questa lo raggiungerà sarà finalmente sereno. Il tempo ricomincia a scorrere, finalmente, in un presente che vede Carl veramente presente, a sé, a Russel, alla natura che lo circonda; troviamo un Carl nuovamente presente alla sua Ellie, in grado di <strong>leggere il lascito esistenziale della sua amata sposa e recuperarlo</strong>, per metterlo con consapevolezza dentro la sua vita quotidiana.</p>
<p>Carl sceglie di portare Ellie nel  suo presente, e per farlo lascia andare materialmente la loro vecchia casa, lascia andare la scorza dura di dolore che lo imprigionava, e sceglie di dare un nuovo senso all’amore che li ha uniti, di <strong>proseguire sulle orme di quell’amore</strong>, di essere ancora una volta il vecchio Carl, rinnovato dalla consapevolezza di quanto prezioso sia stato il tempo e l’amore condiviso.</p>
<p>La casa coi palloncini, trasportata casualmente dal vento, atterra infine esattamente nel punto dove Ellie l’aveva immaginata da bambina. Carl è già tornato via, non lo scoprirà neanche, ma ormai non importa più.</p>
<p>E’ veramente incredibile che Disney e Pixar abbiano prodotto un film simile e noi siamo felici di poterlo vedere insieme ai nostri figli e spiegargli tutto questo.</p>
<p>Claudia e Alfredo </p>
<p>Post originale su <a href="http://www.ciaolapo.it/index.php?option=com_myblog&#038;show=up-la-disney-e-lelaborazione-del-lutto.html&#038;Itemid=100013">www.ciaolapo.it</a></p>
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		<title>La morte endouterina: supporto per un lutto nascosto</title>
		<link>http://www.fiorineldeserto.it/69-la-morte-endouterina-quale-supporto-per-un-lutto-nascosto.html</link>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 16:14:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lutto]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>
		<category><![CDATA[morte endouterina]]></category>
		<category><![CDATA[perinatale]]></category>

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		<description><![CDATA[a cura di Claudia Ravaldi, Psichiatra Psicoterapeuta Presidente Associazione CiaoLapo Onlus Se qualcuno le verrà ancora a dire che ha un angelo in paradiso Rose lo farà nero di botte. Non sa che farsene di una cosa tanto incorporea. Vuole un bambino urlante, agitato, affamato assonnato e perfettamente sveglio alle tre del mattino. Che se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>a cura di <strong>Claudia Ravaldi</strong>, Psichiatra Psicoterapeuta<br />
Presidente Associazione CiaoLapo Onlus</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Se qualcuno le verrà ancora a dire che ha un angelo<br />
in paradiso Rose lo farà nero di botte.<br />
Non sa che farsene di una cosa tanto incorporea.<br />
Vuole un bambino urlante, agitato, affamato assonnato<br />
e perfettamente sveglio alle tre del mattino.<br />
Che se ne fa di un angelo?<br />
Si metterà a gridare se qualcuno le verrà ancora a dire di farne un altro,<br />
come se i bambini, le persone, fossero sostituibili.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>C. Dunne (La metà di niente)</em></p>
<p style="text-align: right;"><em> </em></p>
<p style="text-align: right;">
<p><span id="more-69"></span><br />
<a href="http://www.fiorineldeserto.it/wp-content/uploads/2010/03/A-volte-è-solo-il-paradiso.jpg"><img class="size-medium wp-image-79" title="A volte è solo il paradiso - foto di Luca Bertinotti" src="http://www.fiorineldeserto.it/wp-content/uploads/2010/03/A-volte-è-solo-il-paradiso-300x207.jpg" alt="A volte è solo il paradiso - foto di Luca Bertinotti" width="300" height="207" align="left" /></a><br />
La nascita di un bambino morto è considerato un evento grave e traumatico, a rischio di promuovere l’esordio di patologia psichiatrica nei genitori colpiti. La perdita di un figlio durante la gravidanza rappresenta una frattura esistenziale per la madre e la coppia, che richiede notevoli sforzi per adattarsi all’evento e poterlo poi elaborare. Per molti genitori quella morte è assimilabile alla morte di una persona cara adulta, e i connotati del lutto sono del tutto sovrapponibili tra questo tipo di lutto e altri tipi di perdite. L’elaborazione del lutto dura dai sei mesi ai due anni circa, e normalmente i genitori impiegano circa tre anni per ritornare ad un livello di serenità sovrapponibile a quello precedente alla perdita.</p>
<p>L’impegno emotivo e cognitivo per i genitori è dunque molto alto, e lo stress adattativo è di notevole entità, al punto che nei primi mesi le energie della coppia vengono quasi tutte investite su questo problema. E’come se la coppia subisse uno stallo, e spesso le differenze nell’elaborazione del lutto tipicamente esistenti tra uomini e donne complicano l’elaborazione, mandando in crisi la coppia, che è a maggior rischio di separazione e divorzio dopo un evento di questo tipo.</p>
<p>La morte intrauterina ha quindi un impatto catastrofico nella vita della donna e della coppia, e gli operatori che accompagnano i genitori dalla diagnosi in poi dovrebbero esercitare una funzione di protezione e contenimento, al fine di  evitare i danni secondari del lutto.</p>
<p>La corretta gestione dell’evento fin nelle sue prime fasi (il trauma ha spesso inizio al momento della diagnosi di morte) migliora l’<em>outcome</em> dei genitori e riduce gli effetti psichici a medio e lungo termine. L’assistenza ai genitori comprende un piano puramente medico/ostetrico (diagnosi induzione del parto, assistenza al parto, dimissioni, visite di <em>follow up</em>, visite pre &#8211; concezionali) e un piano psicologico (assistenza alle diverse fasi del lutto e al recupero di un buon livello di benessere psicofisico). E’ impossibile prescindere da una delle due componenti assistenziali, e sarebbe opportuno che gli operatori, appositamente formati, integrassero le loro competenze permettendo ai genitori di gestire nel modo più consapevole e più lucido possibile l’evento e le scelte ancora possibili rispetto alla gravidanza e al bambino. Tali scelte comprendono tutti i passi dall’induzione del travaglio all’incontro con il bambino, non ultimo il disbrigo delle diverse pratiche burocratiche inerenti la tumulazione.</p>
<p>Molti studi hanno sottolineato l’importanza di una corretta modalità di comunicazione operatori – genitori, evidenziando la necessità di un approccio rispettoso e accogliente dei genitori e di un’informazione corretta e per quanto possibile esauriente rispetto alle cause di morte e alle indagini necessarie. Gli operatori chiamati ad assistere una coppia colpita da morte intrauterina riportano invece notevole <em>distress</em>, senso profondo di difficoltà e di incapacità, insieme alla richiesta di supporto specialistico per poter migliorare le proprie basi assistenziali. Il supporto nel lutto perinatale sembra dunque essere una comune necessità dei genitori e degli operatori coinvolti: il lutto perinatale, inspiegabile e innaturale, evoca vissuti importanti, sia in chi deve portare cure in quel momento, sia in chi avrebbe bisogno di essere curato.</p>
<p>Il vissuto di morte, il vissuto di perdita e il sentore di vuoto incolmabile che si avverte quando muore un bambino è responsabile spesso di notevole difficoltà di adattamento da parte degli operatori, qualunque ruolo essi abbiano: il ginecologo in prima persona, chiamato ad assistere e a spiegare l’accaduto, l’ostetrica, che riveste un ruolo determinante nel supporto attivo alla donna e al parto, l’infermiera, l’anestesista, il pediatra e/o il neonatologo, l’anatomopatologo.</p>
<p>In molti casi gli operatori, anziché integrarsi, “si dividono”, “spezzettando” in senso metaforico l’assistenza anziché accompagnare la donna e la sua famiglia nel doloroso compito di dover dire addio al suo bambino.<br />
<a href="http://www.ciaolapo.it"><img class="size-full wp-image-80" title="Associazione CiaoLapo Onlus" src="http://www.fiorineldeserto.it/wp-content/uploads/2010/03/logo.ciaolapo.new_.png" alt="Associazione CiaoLapo Onlus" width="128" height="148" /></a><br />
Associazioni americane (International Stillbirth Alliance e Hygeia Fundation, Miss Fundation), inglesi (Stillbirth and Neonatal Death Society) e australiane (Perinatal Society of Australian and New Zealand) con esperienza ventennale nel campo del lutto perinatale sottolineano la centralità della condivisione empatica e compassionevole del dolore espresso dai genitori, del dare dignità alla vita di un bambino anche se ha vissuto pochissimo, del comprendere le necessità e i bisogni dei genitori in quella particolare fase. L’associazione Italiana  CiaoLapo Onlus, fondata nel 2006, ha recepito per prima le guidelines internazionali e avviato una serie di campagne di formazione, informazione e ricerca per ridefinire l’assistenza psicologica nel lutto perinatale e strutturare linee guida adeguate al contesto culturale italiano.</p>
<p>La nostra esperienza di ricerca e di ascolto di circa mille tra genitori ed operatori della salute materno infantile ha sottolineato che gli operatori e i genitori considerano l’ascolto, il tempo speso nel dare informazioni e nell’accompagnare nelle diverse fasi del percorso, l’assistenza al momento della diagnosi, del parto e dopo le dimissioni, l’integrazione delle diverse competenze, il rapporto con il territorio e con i gruppi di supporto, on line e dal vivo tra gli elementi centrali di una buona assistenza alla famiglia che ha perduto un bambino.</p>
<p>L’ascolto empatico ha di per sé un grandissimo valore terapeutico: molte madri seppur nel dolore possono riconoscere di essere state tutelate e protette, e questo facilita moltissimo l’instaurarsi di un buon percorso di lutto. Vedere le proprie emozioni rispecchiate e contenute in un operatore, riconoscerle come appropriate e non esagerate, aumenta tantissimo la sensazione di contenimento e la percezione di un proprio ruolo attivo nelle fasi di scelta e nel percorso di lutto.</p>
<p>L’operatore dovrebbe poter riconoscere le proprie emozioni ed i propri pensieri rispetto alla morte e al lutto perinatale, per evitare un possibile condizionamento nell’assistere le famiglie: spesso, per ritrosie personali, molti operatori consigliano la donna non per ciò che è importante per lei, ma per ciò che loro ritengono arbitrariamente giusto, ad esempio sullo spinoso tema del vedere e tenere in braccio il proprio bambino nato morto, dello svolgere la funzione religiosa, di come e quando intraprendere una nuova gravidanza. Va considerato che pur non esistendo una regola generale uguale per tutti, esiste sempre la possibilità di riflettere con quel genitore su cosa è meglio fare per lui in quel momento. Chiedersi cosa è meglio per lui, non significa scegliere noi al suo posto ciò che ci sembra più giusto, sostituendoci a lui, significa accompagnare il genitore a prendere la sua decisione, tenendo conto dei propri personali limiti relativamente al lutto, argomento scarsamente affrontato nei percorsi di formazione.</p>
<p>Molte donne riferiscono di essere state scoraggiate dagli operatori a vedere o prendere in braccio il bambino con frasi ambigue o ansiogene (<em>potrebbe essere uno shock, potrebbe non superare il lutto, meglio che te lo ricordi come te lo sei immaginato</em>), e di pagarne dopo anni le conseguenze. Fare il possibile per lasciare ai genitori un tempo e uno spazio per pensare al da farsi, rende le decisioni prese, qualunque esse siano, più obiettive e più serene, e riduce i futuri sensi di colpa e le immancabili recriminazioni <em>(avrei potuto, non ho avuto il coraggio, sono stata una madre orribile…</em>).</p>
<p><img class="alignleft" src="http://www.ogdenregional.com/dotAsset/22888.jpg" alt="" width="215" height="323" />I protocolli allo studio da parte dell’associazione CiaoLapo Onlus, in collaborazione con alcuni centri ospedalieri e alcuni studiosi di lutto e di psicologia perinatale, si concentrano sia sull’assistenza medica che sull’assistenza psicologica nei diversi momenti clinicamente rilevanti: diagnosi, travaglio, parto, incontro con il bambino, la dimissione, la preparazione dei rituali funebri, il ritorno a casa, le visite di follow up. Nei protocolli vengono fornite indicazioni precise su come prestare assistenza alla coppia e al bambino nato morto, e in molti casi prevedono protocolli di assistenza anche per gli altri familiari (nonni o fratellini). Ogni linea guida costituisce un buon punto di partenza per l’assistenza, anche se sarebbe preferibile personalizzare le cure, adattandole alle esigenze personali di ciascuna coppia. Un’altra parte importante dell’attività di CiaoLapo è la coordinazione in varie città italiane di gruppi di automutuoaiuto, facilitati in coppia da un genitore che ha elaborato il lutto ed è formato specificamente per condurre il gruppo e da uno psicologo formato (per informazioni visitare <a class="linkification-ext" title="Linkification: http://www.ciaolapo.it" href="http://www.ciaolapo.it">www.ciaolapo.it</a>). I gruppi di autoaiuto servono a lavorare su quelle che sono le risorse personali dell&#8217;individuo in modo da elaborare il lutto e ridurre il rischio di avere un lutto complicato da disturbi psichiatrici. Il sostegno sociale di aiuto, sia attraverso i gruppi via chat, che nei gruppi dal vivo, è molto importante per fornire un aiuto tra pari, e per non medicalizzare una situazione fisiologica, come è il lutto, che fa parte della vita e per il quale ogni uomo se messo nella giusta condizione di supporto, può trovare una sua modalità di elaborazione e di riparazione. Il supporto esterno è un normale prolungamento di quello che viene fatto in ospedale: CiaoLapo Onlus lavora in modo integrato, privilegiando il dialogo, la formazione permanente, i momenti di aggregazione e crescita. Negli ultimi tre anni CiaoLapo ha colmato una lacuna culturale, rendendo disponibili studi, ricerche e testi presenti in precedenza soltanto in lingua straniera e creando nuovi testi divulgativi per i genitori e gli operatori, come il libro Piccoli Principi, che l’associazione dona gratuitamente agli ospedali. Il sito internet ospita pagine web contenenti informazioni mediche, psicologiche, e di counseling. Inoltre, nel forum dell’associazione è possibile avere una consulenza con operatori esperti e dialogare con genitori delle proprie esperienze di lutto e di elaborazione.</p>
<p>Concludendo, l’assistenza al lutto in gravidanza o dopo il parto richiede poche nozioni e molto lavoro sul proprio approccio con la morte, e sulla propria capacità di stare accanto al dolore acuto e traumatico. Il sostegno al lutto, sia per l’operatore che per il genitore, richiede la presenza di supporti informativi, di spazi adeguati di intervisione e di ascolto, di una rete integrata tra ospedale e territorio.</p>
<p>Hutti Mh. <em>Social And Professional Support Needs Of Families After Perinatal Loss</em>, J Obstet Gynecol Neonatal Nurs. Sep-Oct;34(5):630-8 2005</p>
<p>Ravaldi C., <em>Piccoli Principi. Perdere Un Bambino In Gravidanza O Dopo Il Parto</em>. Boopen Editore, 2009</p>
<p>Schott J., Henley A., Kohner N., <em>Pregnancy Loss And The Death Of A Baby &#8211; Guidelines For Professionals</em>. Sands Editore 2007</p>
<p>Ravaldi C., <em>Quando Una Vita Dura Nove Mesi: La Cura Della Famiglia </em><em>Colpita Da Morte Perinatale, </em>Educazione Prenatale, Anep, Num 12-13, Giugno – Dicembre 2008</p>
<p>Ravaldi C., Vannacci A<em>., La Gestione Clinica Del Lutto Perinatale Strategie Di Intervento E Linee Guida Internazionali, </em>La Care In Perinatologia, Vol 3, Maggio 2009</p>
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		<title>La morte del Piccolo Principe</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 12:17:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lutto]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>

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		<description><![CDATA[C’era a fianco del pozzo un vecchio muro di pietra in rovina. Quando ritornai dal mio lavoro, l’indomani sera, vidi da lontano il mio piccolo principe che era seduto là sopra, le gambe penzoloni. Lo udii che parlava. Un’altra voce senza dubbio gli rispondeva ma io&#8230; non vedevo né udivo l’altra persona. «Non te ne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft" title="Piccolo Principe" src="http://www.ciaolapo.it/images/stories/piccoloprincipe.jpg" alt="Piccolo Principe" width="160" height="194" />C’era a fianco del pozzo un vecchio muro di pietra in rovina. </em></p>
<p><em>Quando ritornai dal mio lavoro, l’indomani sera, vidi da lontano il mio piccolo principe che era seduto là sopra, le gambe penzoloni. Lo udii che parlava.</em></p>
<p><em> Un’altra voce senza dubbio gli rispondeva ma io&#8230; non vedevo né udivo l’altra persona. </em></p>
<p><em>«Non te ne ricordi più? Non è proprio qui. E’ proprio questo il giorno, ma non è qui il luogo. Verrai dove incominciano le mie tracce nella sabbia. Non hai che attendermi là. Ci sarò questa notte».</em></p>
<p><em><span id="more-25"></span></em><em>Ero a venti metri dal muro e non vedevo ancora nulla. «Hai del buon veleno? Sei sicuro di non farmi soffrire troppo<br />
tempo?». Mi arrestai, il cuore stretto, non capivo. «Ora vattene, voglio ridiscendere!».</em></p>
<p><em> Allora anch’io abbassai gli occhi ai piedi del muro e feci un salto! C’era là, drizzato verso il piccolo principe, uno di quei serpenti gialli che ti uccidono in trenta secondi. </em></p>
<p><em>Pur frugando in tasca per prendere il revolver, mi misi a correre, ma al rumore che feci, il serpente si lasciò scivolare<br />
dolcemente nella sabbia, come un getto d’acqua che muore. </em></p>
<p><em>Arrivai davanti al muro giusto in tempo per ricevere fra le braccia il mio ometto, pallido come la neve. Avevo disfatto la sua sciarpa d’oro, gli avevo bagnato le tempie e l’avevo fatto bere.</em></p>
<p><em> Ed ora non osavo più domandargli niente. Mi guardò gravemente e mi strinse le braccia al collo. Sentivo battere il suo cuore come quello di un uccellino che muore. «Sono contento che tu abbia trovato quello che mancava al tuo motore, puoi ritornare a casa tua». </em></p>
<p><em>«Come lo sai?». «Anch’io oggi ritorno a casa&#8230; è molto più lontano&#8230; è molto più difficile». Sentivo che stava<br />
succedendo qualche cosa di straordinario. Lo stringevo fra le braccia come un bimbetto, eppure mi sembrava che scivolasse verticalmente in un abisso, senza che io potessi fare nulla per trattenerlo.</em></p>
<p><em> Aveva lo sguardo serio, perduto, lontano: «Ho la tua pecora. E ho la cassetta per la pecora. E ho la museruola». «Ometto caro, hai avuto paura&#8230;». «Avrò ben più paura questa sera&#8230;».</em></p>
<p><em> Mi sentii gelare di nuovo per il sentimento dell’irreparabile. E capii che non potevo sopportare l’idea di non sentire più quel riso. Era per me come una fontana nel deserto. «Ometto, voglio ancora sentirti ridere&#8230;». </em></p>
<p><em>«Sarà un anno questa notte. La mia stella sarà proprio sopra al luogo dove sono caduto l’anno scorso&#8230;». «Ometto, dimmi che è stato un brutto sogno quella storia del serpente, dell’appuntamento e della stella&#8230;». </em></p>
<p><em>«Quello che è importante, non lo si vede&#8230; E’ come per il fiore. Se tu vuoi bene a un fiore che sta in una stella, è dolce, la notte, guardare il cielo. Tutte le stelle sono fiorite. E’ come per l’acqua. Quella che tu mi hai dato da bere era come una musica, c’era la carrucola e c’era la corda&#8230; ti ricordi&#8230; era buona». «Certo&#8230;».<br />
«Guarderai le stelle, la notte. E’ troppo piccolo da me perché ti possa mostrare dove si trova la mia stella. E’ meglio così. La mia stella sarà per te una delle stelle. Allora, tutte le stelle, ti piacerà guardarle&#8230; Tutte, saranno tue amiche. E poi ti voglio fare un regalo&#8230;». «Ah! ometto, ometto mio, mi piace sentire questo riso!». «E sarà proprio questo il mio regalo&#8230; sarà come per l’acqua&#8230;». «Che cosa vuoi dire?». «Gli uomini hanno delle stelle che non sono le stesse. Per gli uni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide. Per gli altri non sono che delle piccole luci. Per gli altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi. Per il mio uomo d’affari erano dell’oro. Ma tutte queste stelle stanno zitte. Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha&#8230; Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere! E quando ti sarai consolato, sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così, per il piacere&#8230; E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo. Allora tu dirai: “Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!” e ti crederanno pazzo. T’avrò fatto un brutto scherzo&#8230; Sarà come se t’avessi dato, invece delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere&#8230;Questa notte&#8230; sai, non venire».</em></p>
<p><em> «Non ti lascerò».</em></p>
<p><em> «Sembrerà che io mi senta male&#8230; sembrerà un po’ che io muoia. E’ così. Non venire a vedere, non vale la pena&#8230;».</em></p>
<p><em> «Non ti lascerò».</em></p>
<p><em> «Ti dico questo&#8230; anche per il serpente. Non bisogna che ti morda&#8230;I serpenti sono cattivi. Ti può mordere per il piacere di&#8230;».</em></p>
<p><em> «Non ti lascerò». </em></p>
<p><em>«E’ vero che non hanno più veleno per il secondo morso&#8230;».</em></p>
<p><em> Quella notte non lo vidi mettersi in cammino. Si era dileguato senza far rumore. Quando riuscii a raggiungerlo<br />
camminava deciso, con un passo rapido.</em></p>
<p><em> «Sei qui. Hai avuto torto. Avrai dispiacere. Sembrerò morto e non sarà vero&#8230;».</em></p>
<p><em> Io stavo zitto.</em></p>
<p><em> «Capisci? E’ troppo lontano. Non posso portare appresso il mio corpo. E’ troppo pesante».</em></p>
<p><em> Stavo zitto.</em></p>
<p><em> «Sarà come una vecchia scorza abbandonata. Non sono tristi le vecchie scorze&#8230;».</em></p>
<p><em> Io stavo zitto.</em></p>
<p><em> «Sarà bello, sai. Anch’io guarderò le stelle. Tutte le stelle saranno dei pozzi con una carrucola arrugginita. Tutte le stelle mi verseranno da bere».</em></p>
<p><em> Io stavo zitto.</em></p>
<p><em><br />
«Sarà talmente divertente! Tu avrai cinquecento milioni di sonagli, io avrò cinquecento milioni di fontane&#8230;».</em></p>
<p><em> Tacque anche lui perché piangeva. </em></p>
<p><em>«E’ là. Lasciami fare un passo da solo. Sai&#8230; il mio fiore&#8230; ne sono responsabile! Ed è talmente debole e talmente ingenuo, ha quattro spine da niente per proteggersi dal mondo&#8230; Ecco, è tutto qui&#8230;».</em></p>
<p><em> Non ci fu che un guizzo giallo vicino alla sua caviglia. Rimase immobile per un istante. Non gridò. Cadde dolcemente come cade un albero. Non fece neppure rumore sulla sabbia.<br />
</em></p>
<p><em>Sono passati sei anni.</em></p>
<p><em> Non ho mai raccontato questa storia. Al mio ritorno gli amici erano molto contenti di rivedermi vivo.<br />
Ero triste. </em></p>
<p><em>Ora mi sono un po’ consolato, cioè, non del tutto.</em></p>
<p><em> Ma so che è ritornato nel suo pianeta perché al levar del giorno non ritrovai più il suo corpo. Non era un corpo molto pesante&#8230; </em></p>
<p><em>Ora la notte mi piace ascoltare le stelle. Sono come cinquecento milioni di sonagli&#8230; Ma ecco che accade una cosa straordinaria. Alla museruola disegnata per il piccolo principe, ho dimenticato di aggiungere la correggia di cuoio! Non avrà mai potuto mettere la museruola alla pecora. Che cosa sarà successo sul suo pianeta? Forse la pecora ha mangiato il fiore? E’ tutto un mistero. Per voi che pure volete bene al piccolo principe, come per me, tutto cambia nell’universo se in qualche luogo, non si sa dove, una pecora che non conosciamo ha, sì o no, mangiato una rosa. Guardate il cielo e domandatevi: la pecora ha mangiato o non ha mangiato il fiore? E vedrete che tutto<br />
cambia&#8230; </em></p>
<p><em>Ma i grandi non capiranno mai che questo abbia tanta importanza.</em></p>
<p><em><br />
Se un giorno farete un viaggio in Africa, nel deserto, vi supplico, non vi affrettate, fermatevi un momento sotto le stelle! E se un bambino vi viene incontro, se ride, se ha i capelli d’oro, se non risponde quando lo si interroga, voi indovinerete certo chi è.</em></p>
<p><em> Ebbene, siate gentili! Non lasciatemi così triste: scrivetemi subito che è ritornato.</em></p>
<p>Antoine de Saint-Exupery</p>
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		<title>Riflessioni I</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 09:47:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lutto]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Non voglio morire senza prima aver lasciato una testimonianza della mia ferma fede che la sofferenza può essere superata. Non si tratta di passar oltre&#8230;questo è falso. Bisogna sottomettersi. Non resistere. Accogliere il dolore. Essere come sommersi. Accettarlo pienamente. Farne parte della propria vita. Nella vita, qualunque cosa venga veramente accettata, subisce poi un cambiamento.&#8221; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Non voglio morire senza prima aver lasciato una testimonianza della mia ferma fede che la sofferenza può essere superata.</p>
<p>Non si tratta di passar oltre&#8230;questo è falso.</p>
<p>Bisogna sottomettersi.</p>
<p>Non resistere. Accogliere il dolore.</p>
<p>Essere come sommersi. Accettarlo pienamente.</p>
<p>Farne parte della propria vita.</p>
<p>Nella vita, qualunque cosa venga veramente accettata,</p>
<p>subisce poi un cambiamento.&#8221;</p>
<p>K. Mansfield</p>
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		<title>Piccole vite, grandi lutti: il lutto perinatale</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 18:41:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lutto]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>
		<category><![CDATA[perinatale]]></category>

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		<description><![CDATA[Stillborn I carried you in hope, the long nine months of my term, remembered that close hour when we made you, often felt you kick and move as slowly you grew within me, wondered what you would look like when your wet head emerged, girl or boy, and at what glad moment I should hear [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Stillborn</em></strong></p>
<p><em> </em><br />
<em>I carried you in hope,</em><br />
<em>the long nine months of my term,</em><br />
<em>remembered that close hour when we made you,</em><br />
<em>often felt you kick and move</em><br />
<em>as slowly you grew within me,</em><br />
<em>wondered what you would look like</em><br />
<em>when your wet head emerged,</em><br />
<em>girl or boy, and at what glad moment</em><br />
<em>I should hear your birth cry,</em><br />
<em>and I welcoming you</em><br />
<em>with all you needed of warmth and food;</em><br />
<em>we had a home waiting for you.</em><br />
<em>After my strong labourings,</em><br />
<em>sweat cooled on my limbs,</em><br />
<em>my small cries merging with the summer air,</em><br />
<em>you came. You did not cry.</em><br />
<em>You did not breathe.</em><br />
<em>We had not expected this;</em><br />
<em>it seems your birth had no meaning,</em><br />
<em>Or had you rejected us?</em><br />
<em>They will say that you did not live,</em><br />
<em>register you as stillborn.</em><br />
<em>but you lived for me all that time</em><br />
<em>in the dark chamber of my womb,</em><br />
<em>and when I think of you now,</em><br />
<em>perfect in your little death,</em><br />
<em>I know that for me you are born still;</em><br />
<em>I shall carry you with me forever,</em><br />
<em>my child, you were always mine,</em><br />
<em>you are mine now.</em><br />
<em>Death and life are the same mysteries.</em><br />
Leonard Clark</p>
<p>La morte e la vita sono lo stesso mistero…l’ultima frase della poesia di Leonard Clark, scrittore e padre, focalizza l’attenzione sull’essenza del ciclo vita- morte, evidenziando come l’origine e la fine siano le estreme espressioni di un unico <em>continuum</em>. Di questa unicità la cultura occidentale ha perso da tempo le tracce, e sempre più forte è la spinta a censurare, negare, rimuovere l’evento morte, in una delirante ossessione di perfezione e di vita eterna.</p>
<p><span id="more-12"></span> Non c’è spazio, né fisico né psichico, in cui poter collocare l’evento morte, e come conseguenza di questo la morte diventa un fatto privato, individuale, che colpisce il singolo e che dal singolo deve essere affrontata. La solitudine percepita dalle persone in lutto e la carenza di risorse accessibili complica l’elaborazione ed amplifica l’entità del trauma. Questo senso di isolamento e di in-comunicabilità è esperito anche dai genitori colpiti da lutto perinatale, che sono spesso lasciati soli fin dal momento della diagnosi.</p>
<p>Tutti noi possiamo facilmente comprendere che quando muore un bambino già grande muoiono con lui le speranze dei suoi genitori e della sua famiglia, ma non è così immediato comprendere che la stessa cosa avviene quando muore un bambino ancora in utero o appena affacciatosi alla vita.</p>
<p>Anche per quel bambino i genitori sono chiamati ad affrontare un difficile e doloroso percorso di lutto, in cui amore e perdita intrecciano una danza che sembra interminabile, ma agli altri quel dolore risulta meno chiaramente comprensibile, perché si piange un bambino “sconosciuto” al mondo.</p>
<p>Quando il passaggio dalla vita alla morte avviene “all’inizio della vita” è faticoso capire, ed è faticoso accettare: non ci sono parole che possano spiegare ciò che di per sé è senza senso, poiché innaturale e non razionalizzabile. La morte che “ruba la vita”, quando la vita è ancora soltanto una promessa, rappresenta una profonda ferita per l’essere umano, chiamato a confrontarsi con la sua caducità.</p>
<p>Ognuno di noi, di fronte ad una famiglia che ha perso il suo bambino, sperimenta questa fragilità e sente il peso di quel dolore. Molti si immedesimano, pensando che al loro posto non potrebbero sopportare un evento così tragico, si sentono impotenti, e si paralizzano, incapaci di prendere in carico una parte di quel dolore, ritenuto troppo immenso per essere accolto. Molti, soprattutto quando esposti per motivi professionali a ripetuti contatti con la morte, assumono un atteggiamento distanziante e freddo, provocando nei genitori un ulteriore trauma. Molti altri, semplicemente, si mettono accanto ai genitori in lutto e offrono la loro presenza ed il loro ascolto partecipe. Chiunque accompagni i genitori nel percorso di elaborazione sa che in nessun caso ci si può sostituire a quel genitore chiamato a vivere questa esperienza e ad integrarla nella sua vita, e che non servono i consigli né i giudizi. Ogni genitore, ed ogni famiglia ha la sua storia e le sue peculiari risorse interne. Il nostro ruolo è dunque quello di permettere ai genitori di trovare quello spazio e quel tempo per pensare alla morte e per mettere in atto tutte quelle strategie che servono per elaborare il lutto e per lasciare andare quel bambino con la maggiore serenità possibile.</p>
<p>La morte perinatale è un vero e proprio lutto e rappresenta un trauma psichico di grave entità, che come tutti gli altri lutti necessita di tempo e di risorse adeguate per essere elaborato. Se non adeguatamente elaborato il lutto perinatale può influenzare negativamente il legame con gli altri figli o la genitorialità futura.  Durante le gravidanze successive ad una perdita perinatale ambedue i genitori possono avere sintomi di ansia e depressione, e sperimentare di nuovo i vissuti appartenenti alla precedente esperienza negativa, oppure possono “negare” la nuova gravidanza, per paura di perderla ancora, sperimentando iperprotettività, ansia, o al contrario, distacco e freddezza . Alcune ricerche hanno rilevato che la presenza di morte perinatale rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi psichici nei bambini successivi, tra cui disturbi alimentari dell’infanzia e disturbi dell’attaccamento di tipo disorganizzato</p>
<p>La rete sanitaria e sociale può offrire supporto e aiuto mettendo a disposizione servizi di counseling, e attraverso la distribuzione di materiale di autoaiuto. La presenza di servizi di per sé promuove l’elaborazione dell’evento, perché riduce il senso di solitudine tipico delle prime fasi del lutto e promuove lo sviluppo di risorse personali .</p>
<p>Le modalità con le quali la perdita viene percepita e comunicata al genitore possono rappresentare un trauma ulteriore, così come le modalità di intervento successive alla diagnosi e il supporto ricevuto durante il parto e le dimissioni. L’evento perdita, ed i traumi ad esso correlati, confluiscono in un più ampio percorso di lutto, che può essere più o meno lungo e più o meno “complicato”, ma sempre “unico”, caratteristico e specifico di quel genitore e di quella coppia. L’elaborazione del lutto perinatale è un processo che dura da sei mesi a circa due anni, durante il quale le madri ed i padri, attraversano l’esperienza luttuosa vivendola nella quotidianità, giorno per giorno. Se assistiti correttamente i genitori procedono verso la riorganizzazione della propria vita ed hanno un progressivo riadattamento psico-sociale (resilienza); per questo sono determinanti il sostegno dell’ambiente circostante e la presenza di risorse specifiche.</p>
<p>Un’attenzione partecipe ai bisogni dei genitori durante la diagnosi, il parto e le dimissioni dall’ospedale, permettono un migliore recupero e forniscono un indubbio strumento per la resilienza, mentre la <em>malpractice</em> data dall’assenza di supporto complica il percorso aggiungendo un trauma al trauma. Il sostegno psicologico ed il supporto empatico ai genitori dovrebbero iniziare contestualmente all’evento di perdita, e divenire parte integrante dell’assistenza ginecologica ed ostetrica, che occupandosi esclusivamente degli aspetti organici e medici minimizza o evita completamente la cura del dolore “psichico” intrinseco alla morte perinatale. Questa scissione corpo – mente, dolore fisico e dolore psichico, riflette molto spesso la mancanza di formazione specifica e, soprattutto, la mancanza di supporto e di spazi condivisi in cui l’equipe possa trovare le risorse per offrire un’assistenza integrata ai genitori.</p>
<p>Il lutto perinatale, pur configurandosi come un trauma che necessiterebbe di un immediato soccorso per ridurre l’insorgenza di altri traumi ad esso correlati, è tra i lutti di più difficile gestione, ed è considerato motivo di profondo stress da parte degli operatori. Le fasi in cui il ruolo dell’operatore è determinante nel ridurre l’impatto traumatico sono quelle iniziali, in cui la coppia versando in una fase di shock necessita di sostegno e di continuità assistenziale, l’incontro ed il saluto del bambino, e il ritorno a casa.</p>
<p>Dopo la diagnosi di morte perinatale la coppia sperimenta uno stato di shock e di profonda disorganizzazione psichica. Il dolore l’incredulità e lo stordimento sono così intensi e pervasivi da limitare la capacità di comprensione, per cui è possibile che le madri ed i padri abbiano bisogno di tornare più volte su alcuni concetti, di avere spiegazioni chiare e semplici, e di essere guidati nel percorso, anche se dall’esterno può sembrare tutto perfettamente logico e comprensibile Le emozioni ed i vissuti sono molto intensi e variabili da persona a persona nella loro intensità e nel modo di proporsi:distacco, rabbia, depressione, senso di colpa, ma anche dolore, paura, invidia nei confronti delle gravidanze e dei bambini degli altri. L’apparente anestesia emotiva che spesso alcune madri dimostrano fa parte di un comune meccanismo difensivo, che permette al soggetto traumatizzato di entrare lentamente a contatto con il trauma, in modo da non esserne travolto. Nella prima fase di shock c’è sempre un’intensa attività mnesica: ciò che i primi giorni sembra confuso e sfuocato è registrato dettagliatamente nella memoria e i ricordi traumatici riemergono anche a distanza di anni.</p>
<p>Il parto del proprio bambino morto, il poco tempo da condividere con lui, la sua assenza nei giorni successivi: in queste occasioni, il sostegno empatico da parte degli operatori può esercitare una funzione di contenimento e di protezione dell’equilibrio psichico dei genitori, diminuendo l’impatto traumatico del lutto e permettendo ai genitori una migliore elaborazione.</p>
<p>Offrire supporto significa anche fornire informazioni sui tempi ed i modi del lutto, accompagnando i genitori attraverso segni e sintomi. Il corpo conserva la “sua” memoria della gravidanza e spesso ripropone per qualche tempo i vissuti relativi alla presenza del bambino (alcune donne sentono i movimenti nella pancia, altre hanno l’impressione di sentire il pianto del loro bambino).<strong> </strong>Molte madri riportano una sensazione sgradevole e dolorosa alle braccia, definita “la sindrome delle braccia vuote” che è presente in modo acuto soprattutto nelle prime settimane dopo la perdita ed è legata al venir meno delle funzioni di accudimento. Le madri colpite dal lutto perinatale sperimentano una dolorosa sensazione (sia fisica che mentale) di vuoto e di sbigottimento, estrema tristezza, sentimenti di colpa, di fallimento della funzione materna e isolamento, irritabilità, rabbia. Il ruolo del personale curante è infine quello di restituire ai genitori gli aspetti più costruttivi di quell’esperienza di perdita, incoraggiandoli a vivere passo passo tutte le fasi, dalla diagnosi alla dimissione al meglio delle loro possibilità, sottolineando i loro punti di forza e sostenendoli nei momenti di abbattimento. Riportare l’attenzione su quello che ancora si può fare e sul loro amore di genitori è una funzione centrale del processo di lutto, perché permette ai genitori di affrontare la perdita con tutta la consapevolezza possibile.</p>
<p>Dopo la dimissione dall’ospedale inizia il momento più difficile per i genitori, quello del ritorno alla loro realtà in una veste completamente diversa da quella attesa, e con la dura necessità di confrontarsi con il vuoto lasciato dalla morte di quel bambino tanto atteso: in quei momenti la realtà si manifesta per quella che è, la perdita viene razionalizzata (“ho capito che era successo davvero”) ed insieme al dolore si avverte fortissima la necessità di essere accuditi ed aiutati, e soprattutto di non essere lasciati soli. In questa fase i genitori chiedono più o meno attivamente aiuto, ai familiari, agli amici al loro consultorio o all’ospedale. La presenza di materiale di autoaiuto e la disponibilità di riferimenti telematici possono essere d’aiuto per una sana elaborazione del lutto.</p>
<p>Ogni lutto è una ferita, e le ferite, si sa, si richiudono, a patto di essere prima state aperte. (P. Racamier)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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