06 giu

Sulla morte, sull’amore

Se vogliamo essere in contatto dobbiamo uscire dal nostro guscio e guardare con chiarezza e in profondità alle meraviglie della vita – i fiocchi di neve, la luce della luna, il canto degli uccelli, i bei fiori – e anche alla sofferenza – la fame, la malattia, la tortura e l’oppressione. Traboccanti di comprensione e compassione, siamo in grado di apprezzare le meraviglie della vita e, allo stesso tempo, agire con la ferma determinazione di alleviare le sofferenza. Thich Naht Hanh

Sulla morte, sull’amore

di Claudia Ravaldi
Psichiatra psicoterapeuta
Fondatrice e Presidente della Associazione CiaoLapo Onlus+

Quando ero piccola mia madre un paio di volte all’anno mi portava al cimitero in visita alla sua nonna (morta per altro dopo un ictus fulminante che la colpì davanti ai miei occhi in un giorno di Giugno, quando io avevo circa 10 anni, nel giorno in cui si celebrava il funerale della sua terza figlia, morta per complicanze di un cancro).

A me il cimitero faceva paura.
Avevo paura delle foto sulle tombe, delle frasi di commiato, avevo paura del busto di un ragazzo ventenne, tutto in bronzo, che sorrideva da un loculo.

Avevo, soprattutto, paura del dolore, che percepivo nitido, e che mi lasciava impotente.

Quando a 12 anni, la mamma della mia compagna di banco, nonchè migliore amica (ed oggi collega) è morta per complicanze di cancro al seno, la paura si è amplificata, diventando quasi ossessione. Il timore che potesse accadere a me, il timore che la mia amica morisse per il dolore, l’incapacità di prefigurarmi una vita senza una mamma, mi fecero passare un’estate di fioretti e rinunce, con lo scopo di “barattare” la vita dei miei cari, con tutte le cose più attraenti per una 13enne degli anni 80 (tra le altre, vestiti, dischi e cinema, cose che rifiutai anche per il mio compleanno, convinta che questo sacrificio non sarebbe stato vano).

Il mio horror mortis è stato poi accuratamente chiuso in un cassetto per qualche tempo: evitando accuratamente di cacciarmi nei pericoli, ho passato gli anni del liceo convinta che se fossi stata fortunata e BRAVA in tutto, lo strazio mi sarebbe stato risparmiato.

Non è stato così per un ragazzo della scuola, portato via da un incidente in moto, il cui funerale in una chiesa di campagna non mi scorderò mai. E di cui non scorderò la fidanzata, travolta dal dolore, con gli occhi più vuoti che io avessi mai visto (fino a che non ho visto i miei, il 14 marzo del 2006).

Diplomata a buoni voti, pescando nel mazzo delle lauree papabili, finisco per lo scegliere medicina, solleticata dall’idea che “prevenire è meglio che curare” (e con la quasi certezza che conoscere tutte le malattie ti permette di intervenire prima, e quindi di prendere a calci in culo la morte).

6 anni di studi, a contatto con malati gravi, gravissimi, malati terminali, e con cadaveri.

6 anni a contatto quotidiano col dolore, con le lacrime dei parenti, con l’arroganza di alcuni medici e il gran cuore di altri colleghi.

6 anni di giochi di potere tra crescere, e dunque comprendere che la morte fa parte della vita di tutti, o restare fanciullescamente aggrappata all’idea che la morte non c’è, e soprattutto si può ritardare all’infinito (una specie di mito di achille e la tartaruga applicato a l’uomo e la morte).

in questi sei anni, mio nonno (il Nonno, quello che ha fatto da padre, ha insegnato le cose della saggezza popolare, ha tramandato le tradizioni) per un errore medico non riceve in tempo la diagnosi di carcinoma all’intestino, e viene operato con grave ritardo, per poi morire per metastasi. E’ morto senza saperlo perchè i suoi parenti più vicini hanno preferito non dirglielo, per paura che lui si abbattesse.

Di lui ho numerosi ricordi, tra cui uno degli ultimi (novembre 1997) di lui che mi guarda sul divano (ormai non riusciva neanche a stare in piedi) e mi dice “tu che sei medico quasi, dimmi la verità”. Ed io che rispondo, codarda bambina, “sai bene che ti direi tutto, ma non c’è nulla da dire”.

Fuga fuga fuga.

E’ morto la notte tra il 6 e il 7 dicembre, con me, mia madre e mia nonna.

E’ morto nonostante la bugia.

E’ morto, lasciando tutti in una palude di lutto.

Un lutto anticipatorio non vissuto (come si poteva, se dovevamo nasconderci/gli cosa stava accadendo?).

Un lutto successivamente lungo e difficile, per tutte (moglie, figlie, nipoti).

Un lutto che mi sono levata di dosso in molti anni.

Anni nei quali l’idea di avere a che fare con la morte mi mandava in bestia.

La morte mi irritava, la precepivo come irriverente, sconcia nel suo implacabile esserci, credevo di potermela levare di dosso, tenendola a bada, semplicemente scegliendo di starne alla larga.

E’ stato così per altri 9 anni, di grande lavoro sulla psiche mia ed altrui (lavoro meraviglioso ed abbastanza sicuro dal punto di vista della morte), di grande evitamento rispetto a morte e company (ricorderò bene come ho evitato tra fiumi di lacrime di andare nel reparto di oncoematologia pediatrica a fare tirocinio, e come ho evitato la parte di psicooncologia nella formazione di psichiatria, preferendo invece una full immersion nei disturbi psicotici “meglio matti ma vivi, era il mio mantra dell’epoca”).

Pensavo che bastasse ammettere a se stessi di “non farcela” ad affrontare morte e affini, per essere al sicuro.

CiaoLapo – foto di Luca BertinottiLo pensavo anche nel 2004, in attesa del mio primo figlio, prima dell’ecografia morfologica, quando ricevetti la telefonata di un amico. Lui raccontava a mio marito di suo nipote, 20 settimane di vita intrauterina, affetto da trisomia 13 e poi abortito.

Io in tutta risposta ho avuto una crisi di nervi, ho urlato “queste cose non voglio saperle” “a me non interessa” “devo pensare a me e a mio figlio, non ai figli degli altri!” e altre carinerie del genere.

Illusa, pensavo che la morte si potesse “esorcizzare”.

Incinta, stavo sperimentando il più antico dilemma intrinseco in ogni maternità, l’ancestrale fusione tra morte e vita, e non ero disposta a prendere in considerazione niente che non fosse la vita.

Al punto che, in sordina, ho compilato il diario della gravidanza tre giorni prima del parto, con l’idea scaramantica che a quel punto nulla potesse andare storto.

Altri giorni, altre gioie ma anche altri dolori.

E, naturali come il cambio di stagione e il Natale, altri lutti intorno a me.

Fino a qui, nessuna morte in utero, nessun lutto perinatale.

Fino al febbraio 2006, quando mi arrivano in ambulatorio due pazienti diverse, molto malate, e molto reticenti sulle loro storie personali. Reticenti di fronte alla mia pancia di 7 mesi abbondanti, pudiche rispetto alle loro morti in utero, vecchie di trent’anni, mai completamente superate.

“Ecco, se succedesse a me, mi butterei dalla finestra” pensavo dentro di me, mentre fuori rispondevo “ha fatto bene a dirmelo, no non si preoccupi, io non mi spavento mica…”

Bugiarda.

E poi, il 12 Marzo 2006, senza ancora sapere come e perchè, entro nel tunnel.

Dopo quasi 20 anni trascorsi a scappare dal lutto, dal dolore, a prevenire la morte, implacabile la morte entra nella mia pancia.

La morte si prende mio figlio, ancora in utero.

La morte vince.

“La morte in utero colpisce 3 gravidanze su 1000″, leggo incredula su internet.

“La morte intrauterina avviene perlopiù a fine gravidanza in bambini sani”

“Le cause della morte intrauterina sono al 50% diagnosticabili”.

Morte, morte, morte, morte.

Anche sul certificato di nascita-morte, ecco la parola morte. Accanto al nome di mio figlio, questa bestemmia semantica.

Anche sulla lettera di dimissioni, una sigla MEF (morte endouterina fetale), e un indice di apgar 0-0.

MORTO MORTO (c’era bisogno di scriverlo? mi chiedo ancora oggi, guardando quei due 0 blasfemi accanto a quello che dovrebbe essere l’indice di vitalità del neonato).

Lapo è morto.

Si squarcia, con fatica, un velo, che mi aveva imbavagliato gli occhi e la mente per vent’anni.

Ho giocato a fare finta che la morte non toccasse a me.

Incoraggiata dalla non-cultura vigente, che vuole i vecchi morire in ospizio e i bambini o gli adulti malati abbandonati al loro destino da una società fobica e crudele, ho creduto di poter invecchiare serenamente e morire circondata da figli e nipoti, immune da questo dolore (un po’ come nella scena di “Cent’anni di Solitudine”).

E invece no.

A ricordarmelo, pervasa dalla tracotanza di chi aspettava il suo momento per prendersi una rivincita sulla mia sciocca follia, è arrivata Lei.

E si è presa mio figlio.

La morte prenatale (ah, perchè, i bambini muoiono nelle pance delle mamme sane?) mi ha trapassato.

Meglio, direi mi ha sconquassato, rimpicciolito, denigrato.

20 anni di evitamento e di esorcismi, rivendicati da una nascita morte.

Avrei potuto anche perseverare, nel mio evitamento, riprendermi dal primo dolore, fare finta che, come tutti dicono “sono cose che capitano e bisogna rassegnarsi”, metterci una pietra sopra, e andare avanti, fingendo di essere più forte.

Ho deciso, dopo avere meditato a lungo, pianto a lungo e urlato a lungo, di piegarmi all’evidenza delle cose.

Ho deciso che Don Chisciotte al massimo combatteva contro i mulini a vento, ed io non potevo emularlo combattendo contro la morte.

Ho deciso che avrei anche potuto imparare qualcosa da questa tragica lezione.

E che, forse, iniziare a chiamare le cose con il loro nome, per quanto doloroso e straziante, poteva essere un inizio, per riappropriarmi della realtà. E in conseguenza, della mia vita vera.

Soprattutto, ho deciso che conveniva provare a fare il possibile per non passare ai miei figli questa fobia della morte, che non mi ha risparmiato il dolore,e che anzi, forse, l’ha amplificato notevolmente.

Ci ho messo vent’anni a scappare, e un paio ad arrendermi all’evidenza.

E a frequentare non solo i cimiteri, ma anche le persone in lutto, gli operatori che si occupano di lutto, i familliari delle persone morte.

Ho deciso di onorare Leonard Clark, che nella sua poesia “Stillborn” conclude dicendo “La morte e la vita sono il medesimo mistero”, e di riprendere quel filo ancestrale che lega ogni donna in gravidanza alla vita, ma anche alla morte e al Tutto che queste due parti contiene.

Non ho smesso di avere a cuore la vita dei miei cari, e non ho smesso di soffrire quando una persona soffre per il lutto.

Ho smesso di riibellarmi, di trovare ingiusta la morte, indegna della vita.

Soprattutto, ho guardato oltre il mare di disperazione che credevo riguardasse il futuro di tutti quelli colpiti da lutto, fino alla fine dei loro giorni, e ci ho visto dentro infinite possibilità.

Alcune le ho sperimentate, e con sorpresa e sollievo, ho visto che funzionano.

Sbattere la faccia sulla morte, non annienta il nostro passato, e non compromette irreversibilmente il nostro futuro. Semplicemente stravolge il presente, e ci richiede grande sforzo ed attenzione per tornare a vivere.

Ci chiede il conto di anni spesi nell’inconsapevolezza, e nella non cultura.

Ci chiede umiltà, ma anche tenacia, di cercarci un aiuto valido e di sapere chiedere aiuto.

Ci chiede, anche, di iniziare a chiamare le cose col loro nome. Una per una.

La morte in utero non è una bestemmia, è un evento possibile.

La morte arriva dove è stata la vita, altrimenti non ci sarebbe spazio per lei.

E la vita, può essere intensa e meravigliosa anche se minimale.

Soprattutto, scappare non serve.

Achille e la tartaruga, è un bluff della fisica.

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