23 gen

Rifiutati di cadere (Clarissa Pinkola Estés)

Rifiutati di cadere.
Se non puoi rifiutarti di cadere,
rifiutati di restare a terra.
Se non puoi rifiutarti di restare a terra,
leva il tuo cuore verso il cielo,
e come un accattone affamato,
chiedi che venga riempito,
e sarà riempito.
Puoi essere spinto giù.
Ti può essere impedito di risollevarti.
Ma nessuno può impedirti
di levare il tuo cuore
verso il cielo -
soltanto tu.
È nel pieno della sofferenza
che tanto si fa chiaro.
Colui che dice che nulla di buono
da ciò venne,
ancora non ascolta.

30 set

Il dolore

Il dolore è lo spezzarsi del guscio che racchiude la vostra conoscenza.
Come il nocciolo del frutto deve spezzarsi affinché il suo cuore possa esporsi al sole, così voi dovete conoscere il dolore.
E se riusciste a custodire in cuore la meraviglia per i prodigi quotidiani della vita, il dolore non vi meraviglierebbe meno della gioia;
Accogliereste le stagioni del vostro cuore come avreste sempre accolto le stagioni che passano sui campi.
E veglieresti sereni durante gli inverni del vostro dolore.
Gran parte del vostro dolore è scelto da voi stessi.
E’ la pozione amara con la quale il medico che è in voi guarisce il vostro male.
Quindi confidate in lui e bevete il suo rimedio in serenità e in silenzio.
Poiché la sua mano, benché pesante e rude, è retta dalla tenera mano dell’Invisibile,
E la coppa che vi porge, nonostante bruci le vostre labbra, è stata fatta con la creta che il Vasaio ha bagnato di lacrime sacre.
G. K. Gibran

17 set

Iris

And I’d give up forever to touch you
‘Cause I know that you feel me somehow
You’re the closest to heaven that I’ll ever be
And I don’t want to go home right now

And all I can taste is this moment
And all I can breathe is your life
‘Cause sooner or later it’s over
I just don’t want to miss you tonight

And I don’t want the world to see me
‘Cause I don’t think that they’d understand
When everything’s made to be broken
I just want you to know who I am

And you can’t fight the tears that ain’t coming
Or the moment of truth in your lies
When everything feels like the movies
Yeah you bleed just to know you’re alive

And I don’t want the world to see me
‘Cause I don’t think that they’d understand
When everything’s made to be broken
I just want you to know who I am

And I don’t want the world to see me
‘Cause I don’t think that they’d understand
When everything’s made to be broken
I just want you to know who I am

And I don’t want the world to see me
‘Cause I don’t think that they’d understand
When everything’s made to be broken
I just want you to know who I am

I just want you to know who I am
I just want you to know who I am
I just want you to know who I am

17 set

BabyLoss Awareness Month

Io pronuncio il tuo nome
Io pronuncio il tuo nome
nelle notti oscure,
quando giungono gli astri
a bere nella luna,
e dormono i rami
delle fronde occulte.
Ed io mi sento vuoto
di passione e di musica.
Folle orologio che canta
antiche ore defunte.

Io pronuncio il tuo nome
in questa notte oscura,
e il tuo nome mi suona
più lontano che mai.
Più lontano di tutte le stelle
e più dolente della mite pioggia.

Ti amerò come allora
qualche volta? Che colpa
ha commesso il mio cuore?
Se la nebbia si scioglie
quale nuova passione mi aspetta?
Sarà tranquilla e pura?
Se potessi sfogliare
con le dita la luna!
(F. Garcia Lorca)

Ottobre, mese della consapevolezza sulla perdita in gravidanza e dopo il parto

babylossUn mese, 31 giorni, tutti dedicati alla memoria dei bambini che non ci sono più, ma che tanto hanno cambiato le vite dei loro genitori. Un mese, 31 giorni, per rimettere nel cuore i giusti ricordi, per guardare il cammino fatto, per vivere la nostalgia che è possibile sentire solo quando il cuore è stato innamorato di chi non è più con noi.
31 giorni di riflessione e di “pacificazione” delle nostre anime sbatacchiate dalla violenza del lutto, ma non per questo ingrigite, chiuse, perse.
31 giorni di lavoro, con gli altri, per diffondere la cultura del lutto perinatale, diffondere le informazioni mediche e scientifiche sull’argomento, per migliorare la comunicazione con e tra i genitori.
31 giorni, ogni anno, per rendere presenti nelle nostre vite, e fonte di espressione e di crescita, i nostri piccoli-per sempre, e per sempre-amati bambini.

13 set

Luce e tenebra

Nè il sole nè la morte si possono guardare fissi.
François de La Rochefoucauld

01 set

I Germogli di “Fiori nel deserto”

“L’alba di ogni mio giorno è nascosta in tutti i tramonti” (C. Ravaldi)

Quando perdiamo una persona cara, tutto ciò che facevamo prima sembra perdere di senso; persino pensare diviene una difficile operazione, e riflettere sembra impossibile. Il corpo, la mente, sembrano ripiegarsi sotto la sofferenza, apparentemente senza requie. Ricordare senza soffrire è almeno all’inizio impossibile, e forte può essere la tentazione di “pensare” ad altro. Impedendo al lutto di procedere, e costringendoci a vivere nel limbo.
L’esperienza di chi passa attraverso il lutto prima di noi, l’esperienza degli altri, ci invita altresì a “cercare dentro di noi” i ricordi, e conseguentemente le parole del lutto, coi nostri tempi e i nostri modi.
E’ con la parola (letta, ascoltata o pronunciata) che il dolore perde lentamente, ma inesorabilmente il suo potere distruttivo, è con la voce del ricordo e dell’esperienza, che il travaglio del lutto può vedere un suo compimento.
La nostra nuova iniziativa è offrire ogni giorno uno spunto di riflessione che dia voce ai pensieri, che lavori sui ricordi…che offra spazio e luogo al lutto, e alla sua elaborazione. A partire da Ottobre 2010, in occasione del mese mondiale della consapevolezza sul lutto perinatale, ogni giorno CiaoLapo onlus e Fiorineldeserto pubblicheranno un pensiero o una frase che narra l’esperienza del lutto. Aspettiamo i vostri commenti!

06 giu

I gruppi di automutuoaiuto nel lutto

I gruppi di automutuoaiuto nel lutto sono realtà di supporto sia on line che de visu oggi presenti in molte città italiane, e già migliaia di persone hanno trovato nel gruppo uno spazio protetto e fertile per l’elaborazione del loro dolore.
L’associazione CiaoLapo Onlus e la neonata associazione matermundi collaborano con realtà ampiamente strutturate presenti nel contesto italiano, che da anni si adoperano per diffondere la cultura del gruppo di autoaiuto come opzione terapeutica di primo livello.
Giacchè il lutto non è di per sè una malattia, perchè fisiologicamente parte della vita, ma può diventarlo, grazie alla progressiva analfabetizzazione emotiva e culturale che ci vede tutti coinvolti, la persona in lutto necessita di supporto e sostegno a più livelli.
Tra i basilari troviamo il sostegno sociale familiare, la possibilità di usufruire di materiale cartaceo/informativo specifico, la presenza nella rete sociale di gruppi di supporto.
Solo in un secondo momento, fatto salvo rare eccezioni, è consigliabile fare riferimento ad un terapeuta per iniziare un percorso di supporto psicologico o una vera e propria psicoterapia.

Il percorso del lutto è un percorso accidentato, non esente da profonde cadute, ed effimeri momenti di apparente benessere, nei quali molto spesso la persona sofferente si trova tra due fuochi (interni ed esterni): da un lato il bisogno percepito di cercare / chiedere aiuto, dall’altro il bisogno razionale di interrompere la sofferenza, stare bene, e allontanarsi dal bagaglio luttuoso il più velocemente possibile.
E’ in questa situazione ambivalente che molte persone si avvicinano al gruppo con l’intento (spesso maldestramente suggerito da operatori o amici) di “elaborare” in fretta e “stare meglio” subito.
Sfortunatamente, la realtà delle cose non prevede miracolistici miglioramenti in tempi rapidi, perchè il lutto è un processo e come tale ha un inizio, uno svolgimento e una sua conclusione. Accedere ad un gruppo AMA richiede pertanto alcune nozioni base sul lutto, e richiede anche un certo impegno a riconoscersi protagonisti (e non solo “oggetti di cura”) del proprio percorso di elaborazione.
Il gruppo può facilitare lo sblocco di risorse personali e di grande crescita interiore, al prezzo di condividerne i valori base e di mettersi in gioco.
Di seguito, la presentazione dei valori dell’automutuoaiuto proposta dall’associazione Ama Monza-Brianza

I valori dell’Auto-Mutuo-Aiuto sono:

- il legame: nel Gruppo si è coinvolti in prima persona con la propria esperienza e ci si ascolta attivamente.
- la fiducia: ognuno può esprimere liberamente sentimenti ed emozioni in un clima di ascolto e di solidarietà, senza essere giudicati. Ogni partecipante deve avere e dare certezza che ciò che è detto nel Gruppo non sarà divulgato;
- il rispetto: nel Gruppo si manifestano pluralità di vissuti e di vedute, tutte egualmente legittime e da rispettare.

Obiettivi dei Gruppi:

- offrire ai partecipanti occasioni per condividere il dolore, sentimenti e difficoltà dopo la perdita;
- favorire l’ascolto di altre persone in lutto, perché nasca solidarietà, sostegno reciproco e speranza;
- imparare ad “addomesticare” il dolore, individuando modalità per gestire sofferenza e solitudine;
- integrare nel presente la ferita del passato, per affrontare il futuro mettendo a disposizione di altri la propria sensibilità ed esperienza.

Quali possibili benefici?

- non essere soli: altri hanno difficoltà simili;
- parità: tutti sono sullo stesso piano rispetto alla perdita; ognuno porta il proprio e specifico dolore;
- sviluppo di relazioni significative;
- scambio di informazioni: sui modi di affrontare la sofferenza e ciò che segue la perdita di una persona cara;
- confronto: raccontarsi e, soprattutto, ascoltare gli altri arricchisce ed educa alla diversità.
(da: http://www.automutuoaiuto.com/lutto/valori.html)

Il gruppo di autoaiuto, se ben progettato e adeguatamente facilitato, è un fertile crocevia di stimoli, accoglienza e crescita.
Nel gruppo si assiste ad un progressivo empowerment del singolo e del gruppo stesso, e ognuno cresce e diventa più competente per sè e per gli altri.
L’esperienza stessa di gruppo favorisce l’acquisizione di competenze sanificanti, a patto che il gruppo condivida gli obiettivi di percorso ed i mezzi.
E’ indispensabile che il gruppo non assuma la funzione di “sfogatoio” fine a se stesso, ma che ogni individuo, coi suoi tempi e i suoi mezzi, si renda disponibile alla discussione e alla messa in gioco. Il che implica anche stare nel proprio dolore, senza per forza doverlo “risolvere” in tempo reale, e anzi, lasciare che il gruppo faccia da detonatore per quelle emozioni e quei pensieri altrimenti difficili da contenere e elaborare.
“Fare Auto aiuto” comporta anche un nostro mutamento di mentalità , con un passaggio culturale da fruitori di prestazioni a promotori di attivazione delle risorse individuali di altre persone. Questo passaggio non è indolore, come insegna l’esperienza stessa del Gruppo di Auto Aiuto, perchè implica un rimettersi in discussione, un rivedere la scala dei nostri valori, un uscire da una routine personale e culturale collaudata.
In ogni cambiamento è insita una sofferenza e una difficoltà , ed è nella sofferenza e nelle difficoltà che si impara a crescere.

06 giu

Sulla morte, sull’amore

Se vogliamo essere in contatto dobbiamo uscire dal nostro guscio e guardare con chiarezza e in profondità alle meraviglie della vita – i fiocchi di neve, la luce della luna, il canto degli uccelli, i bei fiori – e anche alla sofferenza – la fame, la malattia, la tortura e l’oppressione. Traboccanti di comprensione e compassione, siamo in grado di apprezzare le meraviglie della vita e, allo stesso tempo, agire con la ferma determinazione di alleviare le sofferenza. Thich Naht Hanh

Sulla morte, sull’amore

di Claudia Ravaldi
Psichiatra psicoterapeuta
Fondatrice e Presidente della Associazione CiaoLapo Onlus+

Quando ero piccola mia madre un paio di volte all’anno mi portava al cimitero in visita alla sua nonna (morta per altro dopo un ictus fulminante che la colpì davanti ai miei occhi in un giorno di Giugno, quando io avevo circa 10 anni, nel giorno in cui si celebrava il funerale della sua terza figlia, morta per complicanze di un cancro).

A me il cimitero faceva paura.
Avevo paura delle foto sulle tombe, delle frasi di commiato, avevo paura del busto di un ragazzo ventenne, tutto in bronzo, che sorrideva da un loculo.

Avevo, soprattutto, paura del dolore, che percepivo nitido, e che mi lasciava impotente.

Quando a 12 anni, la mamma della mia compagna di banco, nonchè migliore amica (ed oggi collega) è morta per complicanze di cancro al seno, la paura si è amplificata, diventando quasi ossessione. Il timore che potesse accadere a me, il timore che la mia amica morisse per il dolore, l’incapacità di prefigurarmi una vita senza una mamma, mi fecero passare un’estate di fioretti e rinunce, con lo scopo di “barattare” la vita dei miei cari, con tutte le cose più attraenti per una 13enne degli anni 80 (tra le altre, vestiti, dischi e cinema, cose che rifiutai anche per il mio compleanno, convinta che questo sacrificio non sarebbe stato vano).

Il mio horror mortis è stato poi accuratamente chiuso in un cassetto per qualche tempo: evitando accuratamente di cacciarmi nei pericoli, ho passato gli anni del liceo convinta che se fossi stata fortunata e BRAVA in tutto, lo strazio mi sarebbe stato risparmiato.

Non è stato così per un ragazzo della scuola, portato via da un incidente in moto, il cui funerale in una chiesa di campagna non mi scorderò mai. E di cui non scorderò la fidanzata, travolta dal dolore, con gli occhi più vuoti che io avessi mai visto (fino a che non ho visto i miei, il 14 marzo del 2006).

Diplomata a buoni voti, pescando nel mazzo delle lauree papabili, finisco per lo scegliere medicina, solleticata dall’idea che “prevenire è meglio che curare” (e con la quasi certezza che conoscere tutte le malattie ti permette di intervenire prima, e quindi di prendere a calci in culo la morte).

6 anni di studi, a contatto con malati gravi, gravissimi, malati terminali, e con cadaveri.

6 anni a contatto quotidiano col dolore, con le lacrime dei parenti, con l’arroganza di alcuni medici e il gran cuore di altri colleghi.

6 anni di giochi di potere tra crescere, e dunque comprendere che la morte fa parte della vita di tutti, o restare fanciullescamente aggrappata all’idea che la morte non c’è, e soprattutto si può ritardare all’infinito (una specie di mito di achille e la tartaruga applicato a l’uomo e la morte).

in questi sei anni, mio nonno (il Nonno, quello che ha fatto da padre, ha insegnato le cose della saggezza popolare, ha tramandato le tradizioni) per un errore medico non riceve in tempo la diagnosi di carcinoma all’intestino, e viene operato con grave ritardo, per poi morire per metastasi. E’ morto senza saperlo perchè i suoi parenti più vicini hanno preferito non dirglielo, per paura che lui si abbattesse.

Di lui ho numerosi ricordi, tra cui uno degli ultimi (novembre 1997) di lui che mi guarda sul divano (ormai non riusciva neanche a stare in piedi) e mi dice “tu che sei medico quasi, dimmi la verità”. Ed io che rispondo, codarda bambina, “sai bene che ti direi tutto, ma non c’è nulla da dire”.

Fuga fuga fuga.

E’ morto la notte tra il 6 e il 7 dicembre, con me, mia madre e mia nonna.

E’ morto nonostante la bugia.

E’ morto, lasciando tutti in una palude di lutto.

Un lutto anticipatorio non vissuto (come si poteva, se dovevamo nasconderci/gli cosa stava accadendo?).

Un lutto successivamente lungo e difficile, per tutte (moglie, figlie, nipoti).

Un lutto che mi sono levata di dosso in molti anni.

Anni nei quali l’idea di avere a che fare con la morte mi mandava in bestia.

La morte mi irritava, la precepivo come irriverente, sconcia nel suo implacabile esserci, credevo di potermela levare di dosso, tenendola a bada, semplicemente scegliendo di starne alla larga.

E’ stato così per altri 9 anni, di grande lavoro sulla psiche mia ed altrui (lavoro meraviglioso ed abbastanza sicuro dal punto di vista della morte), di grande evitamento rispetto a morte e company (ricorderò bene come ho evitato tra fiumi di lacrime di andare nel reparto di oncoematologia pediatrica a fare tirocinio, e come ho evitato la parte di psicooncologia nella formazione di psichiatria, preferendo invece una full immersion nei disturbi psicotici “meglio matti ma vivi, era il mio mantra dell’epoca”).

Pensavo che bastasse ammettere a se stessi di “non farcela” ad affrontare morte e affini, per essere al sicuro.

Lo pensavo anche nel 2003, in attesa del mio primo figlio, prima dell’ecografia morfologica, quando ricevetti la telefonata di un amico. Lui raccontava a mio marito di suo nipote, 20 settimane di vita intrauterina, affetto da trisomia 13 e poi abortito.

Io in tutta risposta ho avuto una crisi di nervi, ho urlato “queste cose non voglio saperle” “a me non interessa” “devo pensare a me e a mio figlio, non ai figli degli altri!” e altre carinerie del genere.

Illusa, pensavo che la morte si potesse “esorcizzare”.

Incinta, stavo sperimentando il più antico dilemma intrinseco in ogni maternità, l’ancestrale fusione tra morte e vita, e non ero disposta a prendere in considerazione niente che non fosse la vita.

Al punto che, in sordina, ho compilato il diario della gravidanza tre giorni prima del parto, con l’idea scaramantica che a quel punto nulla potesse andare storto.

Altri giorni, altre gioie ma anche altri dolori.

E, naturali come il cambio di stagione e il Natale, altri lutti intorno a me.

Fino a qui, nessuna morte in utero, nessun lutto perinatale.

Fino al febbraio 2006, quando mi arrivano in ambulatorio due pazienti diverse, molto malate, e molto reticenti sulle loro storie personali. Reticenti di fronte alla mia pancia di 7 mesi abbondanti, pudiche rispetto alle loro morti in utero, vecchie di trent’anni, mai completamente superate.

“Ecco, se succedesse a me, mi butterei dalla finestra” pensavo dentro di me, mentre fuori rispondevo “ha fatto bene a dirmelo, no non si preoccupi, io non mi spavento mica…”

Bugiarda.

E poi, il 12 Marzo 2006, senza ancora sapere come e perchè, entro nel tunnel.

Dopo quasi 20 anni trascorsi a scappare dal lutto, dal dolore, a prevenire la morte, implacabile la morte entra nella mia pancia.

La morte si prende mio figlio, ancora in utero.

La morte vince.

“La morte in utero colpisce 3 gravidanze su 1000″, leggo incredula su internet.

“La morte intrauterina avviene perlopiù a fine gravidanza in bambini sani”

“Le cause della morte intrauterina sono al 50% diagnosticabili”.

Morte, morte, morte, morte.

Anche sul certificato di nascita-morte, ecco la parola morte. Accanto al nome di mio figlio, questa bestemmia semantica.

Anche sulla lettera di dimissioni, una sigla MEF (morte endouterina fetale), e un indice di apgar 0-0.

MORTO MORTO (c’era bisogno di scriverlo? mi chiedo ancora oggi, guardando quei due 0 blasfemi accanto a quello che dovrebbe essere l’indice di vitalità del neonato).

Lapo è morto.

Si squarcia, con fatica, un velo, che mi aveva imbavagliato gli occhi e la mente per vent’anni.

Ho giocato a fare finta che la morte non toccasse a me.

Incoraggiata dalla non-cultura vigente, che vuole i vecchi morire in ospizio e i bambini o gli adulti malati abbandonati al loro destino da una società fobica e crudele, ho creduto di poter invecchiare serenamente e morire circondata da figli e nipoti, immune da questo dolore (un po’ come nella scena di “Cent’anni di Solitudine”).

E invece no.

A ricordarmelo, pervasa dalla tracotanza di chi aspettava il suo momento per prendersi una rivincita sulla mia sciocca follia, è arrivata Lei.

E si è presa mio figlio.

La morte prenatale (ah, perchè, i bambini muoiono nelle pance delle mamme sane?) mi ha trapassato.

Meglio, direi mi ha sconquassato, rimpicciolito, denigrato.

20 anni di evitamento e di esorcismi, rivendicati da una nascita morte.

Avrei potuto anche perseverare, nel mio evitamento, riprendermi dal primo dolore, fare finta che, come tutti dicono “sono cose che capitano e bisogna rassegnarsi”, metterci una pietra sopra, e andare avanti, fingendo di essere più forte.

Ho deciso, dopo avere meditato a lungo, pianto a lungo e urlato a lungo, di piegarmi all’evidenza delle cose.

Ho deciso che Don Chisciotte al massimo combatteva contro i mulini a vento, ed io non potevo emularlo combattendo contro la morte.

Ho deciso che avrei anche potuto imparare qualcosa da questa tragica lezione.

E che, forse, iniziare a chiamare le cose con il loro nome, per quanto doloroso e straziante, poteva essere un inizio, per riappropriarmi della realtà. E in conseguenza, della mia vita vera.

Soprattutto, ho deciso che conveniva provare a fare il possibile per non passare ai miei figli questa fobia della morte, che non mi ha risparmiato il dolore,e che anzi, forse, l’ha amplificato notevolmente.

Ci ho messo vent’anni a scappare, e un paio ad arrendermi all’evidenza.

E a frequentare non solo i cimiteri, ma anche le persone in lutto, gli operatori che si occupano di lutto, i familliari delle persone morte.

Ho deciso di onorare Leonard Clark, che nella sua poesia “Stillborn” conclude dicendo “La morte e la vita sono il medesimo mistero”, e di riprendere quel filo ancestrale che lega ogni donna in gravidanza alla vita, ma anche alla morte e al Tutto che queste due parti contiene.

Non ho smesso di avere a cuore la vita dei miei cari, e non ho smesso di soffrire quando una persona soffre per il lutto.

Ho smesso di riibellarmi, di trovare ingiusta la morte, indegna della vita.

Soprattutto, ho guardato oltre il mare di disperazione che credevo riguardasse il futuro di tutti quelli colpiti da lutto, fino alla fine dei loro giorni, e ci ho visto dentro infinite possibilità.

Alcune le ho sperimentate, e con sorpresa e sollievo, ho visto che funzionano.

Sbattere la faccia sulla morte, non annienta il nostro passato, e non compromette irreversibilmente il nostro futuro. Semplicemente stravolge il presente, e ci richiede grande sforzo ed attenzione per tornare a vivere.

Ci chiede il conto di anni spesi nell’inconsapevolezza, e nella non cultura.

Ci chiede umiltà, ma anche tenacia, di cercarci un aiuto valido e di sapere chiedere aiuto.

Ci chiede, anche, di iniziare a chiamare le cose col loro nome. Una per una.

La morte in utero non è una bestemmia, è un evento possibile.

La morte arriva dove è stata la vita, altrimenti non ci sarebbe spazio per lei.

E la vita, può essere intensa e meravigliosa anche se minimale.

Soprattutto, scappare non serve.

Achille e la tartaruga, è un bluff della fisica.

28 mag

Up, la Disney e l’elaborazione del lutto

UP. Disney - PixarDiverse persone ci hanno segnalato il film UP della Disney, in particolare perché ad un certo punto si capisce che i due protagonisti hanno perso un bambino nella unica gravidanza che hanno potuto intraprendere. Il film, pur essendo un film di animazione per bambini è ammantato per gran parte di un’aura di malinconia, che ha colpito diversi dei nostri utenti.
Secondo noi UP è un film bellissimo e non pensiamo neanche che sia un film triste, certo, ci sono dei momenti molto commoventi, fino alle lacrime, però il messaggio è molto confortante. In pratica il film è infatti una allegoria della elaborazione del lutto ed è veramente sorprendente che la Pixar abbia voluto affrontare questo tema (anche se non senza polemiche) in un film per bambini.
Riportiamo qui un nostro commento al film, letto nella chiave della elaborazione del lutto; per fare questo però è necessario rivelare molti dettagli della trama, quindi se non l’avete visto e non volete rovinarvi la sorpresa, rimandate la lettura di questo post.

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20 apr

Edge – Orlo Sylvia Plath

The woman is perfected.
Her dead
Body wears the smile of accomplishment,
The illusion of a Greek necessity
Flows in the scrolls of her toga,
Her bare
Feet seem to be saying:
We have come so far, it is over.
Each dead child coiled, a white serpent,
One at each little
Pitcher of milk, now empty.
She has folded
Them back into her body as petals
Of a rose close when the garden
Stiffens and odors bleed
From the sweet, deep throats of the night flower.
The moon has nothing to be sad about,
Staring from her hood of bone.
She is used to this sort of thing.
Her blacks crackle and drag.

La donna è a perfezione.

Il suo morto

Corpo ha il sorriso del compimento,

un’illusione di greca necessità

scorre lungo i drappeggi della sua toga,

i suoi nudi

piedi sembran dire:

abbiamo tanto camminato, è finita.

Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno

come un bianco serpente a una delle due piccole

tazze del latte, ora vuote.

Lei li ha riavvolti

Dentro il suo corpo come petali

di una rosa richiusa quando il giardino

s’intorpidisce e sanguinano odori

dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.

Niente di cui rattristarsi ha la luna

che guarda dal suo cappuccio d’osso.

A certe cose è ormai abituata.

Crepitano, si tendono le sue macchie nere.